Il calcio dei Giusti

Cosa c’è dietro il calcio romantico e meritocratico invocato dagli italioti

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“Dobbiamo trasformare le coppe europee in un campionato continentale, una formula che consentirebbe alle società certezze gestionali e certezze economiche. Pensate che con un paio di giocatori in più nell’organico si potrebbe disputare un numero di partite doppio. Andremmo a giocare a Madrid, a Barcellona, a Lisbona, non in qualche sperduto paesino di provincia. Inutile fare demagogia: le formazioni di un certo livello, capaci di contare su un certo pubblico e su incassi conseguenti, devono avere il diritto a competere tra di loro. Parole e musica di quel “mostro” insensibile di Andrea Agnelli? No, sono di Silvio Berlusconi, e sono tratte da una vecchia intervista al Corriere della Sera datata 17 maggio 1988. Già all’epoca, l’allora presidente del Milan, che contrariamente a certi dirigenti rossoneri attuali non si nascondeva dietro a un dito, nemmeno avesse ammazzato qualcuno, ipotizzava una SuperLega per i club più importanti del continente europeo. E molti di quelli che oggi, in TV e sui giornali, si stracciano le vesti, all’epoca gli andarono dietro, plaudendo all’idea. Altro che Tapiri.

“Ha stato Agnello!1!1!”

D’altronde in un Paese nel quale il TG1 RAI, l’emittente di Stato, ti fa sapere che “il calcio non è il basket. Nel calcio c’è bisogno che i bambini sognino”, come se la pallacanestro fosse spazzatura, uno sport che i più piccoli non possono desiderare sognando di diventare un campione come Kobe Bryant, Michael Jordan o Rudy Gobert, cosa vogliamo aspettarci se non tanta approssimazione e livore gratuito, più che giornalismo vero e informazione? Non a caso, come sempre, in queste ore si è registrata la solita, schifosa e insensata “caccia all’uomo” mirata. O meglio: la caccia allo juventino.

Perché nonostante a fondare la Super Lega siano stati DODICI CLUB, COMPRESI MILAN E INTER, e i dirigenti e l’allenatore di quest’ultima abbiano addirittura avallato la scelta del loro club nelle interviste, a leggere e sentire certi cialtroni della disinformazione sembra essere stata tutta un’idea e un’opera solo di quel cattivone di Agnelli. Deus ex machina di ogni Male del calcio italiota. D’altronde, “nel calcio della gente e non di pochi eletti” (cit. un imbonitore TV a caso), chi deve munirsi di trenta costosi abbonamenti diversi per poter seguire le partite, è giusto che abbia lezioni di etica e morale da cotanti intellettuali che su quelle sottoscrizioni e sulle loro cretinate ci campano.

La Serie A dei Giusti…

Sulla questione Super Lega si sono espressi tutti. Ma proprio tutti. Anche se a invocare il rispetto di etica e regole sono stati poi proprio quelli che le regole non le hanno mai rispettate, e che anzi le hanno spesso interpretate e piegate ai loro interessi, più che adottate. Rimanendo solo nell’ambiente calcistico, basti pensare ai protocolli Covid-19 sottoscritti da tutti i club di Serie A ma violati a convenienza con l’aiuto di ASL compiacenti, alla storia dei tamponi nascosti, a un campionato dove la squadra che si accinge a vincere lo scudetto, meritato sul campo, sia chiaro, è però la stessa che non paga gli stipendi ai suoi dipendenti da un anno, non ha mai saldato l’acquisto di due dei suoi giocatori chiave e, per regolamento, andrebbe per questo punita. Perché nel calcio dei Giusti, il Livorno può essere penalizzato di 8 punti totali per una serie di irregolarità nei pagamenti dei contratti nei mesi di giugno, luglio e agosto 2020. Quelli belli e simpatici, no. Per non parlare dello scorso torneo, dove chi oggi piange ha continuato a giocare con la salute dei calciatori, imponendo loro in piena pandemia di completare un campionato perché speravano nel crollo della Juventus di Sarri.

 … e dell’italico calcio romantico e meritocratico

Tra i più attivi nel lanciare accuse a destra e a manca, l’inossidabile presidente della Lazio Claudio Lotito, quello che nel 2015, in una appassionata conversazione con il DG dell’Ischia, Pino Iodice, si lamentava della struttura della Lega B, che voleva cambiare per impedire che squadre con poco appeal salissero poi in Serie A. “Se me porti su il Carpi, una può salì, se mi porti squadre che non valgono un cazzo, tra due o tre anni non c’abbiamo più una lira. Fra tre anni se abbiamo Latina e Frosinone, chi cazzo li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone”. In faccia alla meritocrazia. La stessa invocata per esempio dal vicedirettore sportivo del Parma Alessandro Lucarelli, che ha definito chi crea una lega per ricchi “uomo non di sport e pessimo imprenditore”. Eppure grazie al paracadute finanziario, la sua squadra retrocedendo riceverà 25 milioni di euro, con buona pace dello sport e degli altri club di B che fanno i salti mortali per mantenere sani i conti senza aiuti. Così come Parma e altre piccole società ricevono più di quanto meritano in quote dai diritti TV del calcio italiano, visto che con la legge Melandri, la loro ripartizione non si basa solo sulla meritocrazia, e quindi sui successi e il blasone di un club.  Eccolo quindi qui, servito a un pubblico di beoti, il calcio romantico e meritocratico di cui tanti cialtroni, oggi, si riempiono la bocca.