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Conte: “Torno alla Juventus? Sono molto contenti di Allegri”

conte juve

Antonio Conte ha parlato del suo futuro alla Gazzetta dello Sport, allontanando almeno per ora un ritorno alla Juve. “Un mio ritorno alla Juventus? I matrimoni si fanno in due – dichiara il tecnico leccese – . Penso che la Juve abbia iniziato un percorso e penso che siano molto contenti di Allegri, che sicuramente ha continuato il lavoro e sta facendo molto bene. Un domani non si sa mai”. Insomma, al 99% Agnelli rinnoverà il contratto all’attuale allenatore e Conte siederà sulla panchina di un’altra squadra italiana (al 60% ha dichiarato a Le Iene), oppure andrà all’estero.

“Oggi se qualcuno mi chiama sa che io devo incidere – continua Conte alla rosea – , con la mia idea di calcio e con il mio metodo, perché sono molto severo con me stesso. Non sono un gestore, non credo che l’obiettivo di un allenatore sia fare meno danni possibili. Se pensano questo, le società non mi chiamano. Poi ho un problema: la vittoria. Che sento come l’obiettivo del mio lavoro. Vale anche per Inter o Milan? Vale per qualsiasi squadra. Io devo avere la percezione di poter battere chiunque e devo sentire che vincere è possibile, altrimenti posso continuare a restare fermo senza problemi”.

Conte verso l’Inter

Infine, niente da fare per la Roma: Conte lascia chiaramente intendere di non voler costruire qualcosa in chiave futura. Vuole vincere subito e attualmente il club giallorosso non ha la rosa per farlo. “Mi sono innamorato di Roma frequentandola nei due anni in cui sono stato ct della Nazionale. All’Olimpico senti la passione da parte di questo popolo che vive il calcio con un’intensità particolare – ammette – , che per la Roma va fuori di testa e che vive per la Roma. Un ambiente passionale, che ti avvolge. Oggi le condizioni non ci sono, ma penso che un giorno prima o poi io andrò ad allenare la Roma”. Insomma, l’Inter sembra essere in pole, ma occhio anche a PSG e Bayern Monaco.

Conte e la prima esperienza alla Juve

Tornando alla sua passata esperienza in bianconero, Conte ricorda: “È stata l’unica volta in cui mi sono proposto a una squadra. Mi sono proposto ad Andrea Agnelli. Avevo fatto bene a Bari. A Siena stavo per vincere il campionato di B. Un collega, Silvio Baldini, mi dice “Antonio, vuoi allenare la Juve? Devi fare come Guardiola, che si è presentato al presidente del Barcellona per chiedergli la squadra. Parla con Agnelli”. Pensai fosse matto, però l’idea mi restò in testa. Alla fine feci un lungo colloquio con Andrea. Gli dissi: “Il calcio oggi si gioca con intensità, c’è possibilità di entrare subito in Champions, ma bisogna riportare determinati valori. Il primo, per me, è il senso di appartenenza. Il giocatore non si deve mai sentire di passaggio, deve pensare di poter scrivere la storia della sua squadra”. Ho fatto questo discorso ad Andrea, uomo di vedute coraggiose. Ero entrato con zero chance. Uscii che le mie quotazioni si erano alzate…”.

Dopo la nomina il miracolo: scudetto al primo colpo nonostante la rosa non fosse eccelsa. “La Juve veniva da un periodo difficile e infatti si fece piazza pulita. In questo mi aiutò molto Paratici. Volli parlare con tutti i giocatori. La rosa era buona. Ma Fabio mi avvertì: “Ci sono dei problemi, proprio per quel senso di appartenenza che per te è così importante”. Aveva ragione. Mandammo via tanti giocatori, anche di spessore. Arrivarono Pirlo, Vidal, Lichtsteiner, Vucinic, Giaccherini… Andrea era stato scaricato dal Milan. Quello che mi colpì fu la sua serietà durante gli allenamenti. Erano duri, all’inizio. Volevo mandare un segnale chiaro a tutti. Volevo dire subito che solo attraverso il sacrificio, l’impegno e facendo più delle altre squadre avremmo potuto tornare in Champions. E Andrea fu un esempio: non diceva mai una parola, sempre concentrato e disponibile. Questo metteva chiunque volesse lamentarsi per la fatica nella condizione di non poterlo fare”.

Il 3-5-2 divenne ben preso un marchio di fabbrica, nonostante l’idea tattica iniziale fosse un’altra: “Quale fu la scelta tattica? «Io ero partito con un’idea di fare un 4-2-4. All’inizio giocammo così, i due centrocampisti erano Pirlo e Marchisio. C’è stata poi una lenta metamorfosi e arrivammo al 3-5-2, poi è diventato il marchio di quella Juve. Durante la prima partita col Parma cambiai e feci entrare Vidal. Così diventò un 4-3-3 e vincemmo 4-1. Un allenatore deve essere duttile, mai ideologico. Noi dobbiamo essere bravi in questo, tenendo a mente che ci sono dei principi e devi avere un’idea. Perché quando si dice che i moduli sono solo numeri si dice una cosa sbagliata. Ogni sistema ha un’idea dietro, ci sono giocate memorizzate, c’è la fase offensiva, la fase difensiva, la fase di conquista, c’è la decisione di andare a pressare alto, basso… Alla Juventus si creò un’alchimia unica tra tutti. Ci si dimentica – insiste Antonio Conte – che il primo anno finimmo imbattuti e il terzo siamo arrivati a fare il record di 102 punti. Oggi la Juve, che pure ha fatto un campionato straordinario, non potrà eguagliare quel risultato”.

Nell’estate del 2014, quando la Juventus aveva una rosa stratosferica arrivò l’addio di Conte, anche se i bianconeri raggiunsero con Allegri la finale di Champions a cui il “condottiero” non avrebbe mai creduto. “Erano stati tre anni molto intensi, avevamo portato la macchina a spingere più di quanto potesse. Anni molto logoranti, sotto tutti i punti di vista. Penso che anche nelle migliori famiglie si possa litigare. In quei tre anni ho dato tutto me stesso. Come ho fatto ovunque sia andato. Mi sentivo in debito con Agnelli. Ricordo la promessa fatta: “Ci vorrà tempo, ma l’obiettivo è tornare sul tetto del mondo”. Non sono riuscito – conclude Conte – a completare la promessa”.

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