Editoriali

Beha: “Il calcio italiano si gioca male, ma si arbitra peggio”

Oliviero Beha
Scritto da Redazione JM

Per vedere un po’ di calcio, non tanto, appena un’azione manovrata, quattro/cinque passaggi di fila, una conclusione, il rischio di “scoprirti” e di prendere un po’ di freddo (gol), avevi voglia domenica a far zapping… Sì, l’Udinese che ormai ne fa quattro a (quasi) chiunque: ma se pensi che questo Genoa aveva la miglior difesa del campionato… Sì, un po’ di battaglia veloce a Cesena e lenta a Roma, e a Brescia che almeno tiravano legnate in porta… Ma dell’ex campionato più bello del mondo resta davvero poco. E’ dunque la cosa più interessante è stato l’inarrivabile Arrigo Sacchi in tv: tra abituali commentatori e conduttori febbrili dietro il bancone del mercato, il nostro “scienziato” più civile ha impartito una lezione memorabile al calcio di questo Paese e al Paese di questo calcio.Anzi, a ben sentire con un poco di orecchio metaforico, la lectio magistralis era anche o addirittura per la politica del Paese del Bunga Bunga, Mangia Mangia, Mangia Bunga.\r\n\r\nChe ha detto l’Arrigo mentre ci si felicitava in studio dell’incertezza del torneo, della classifica corta che fa ancora sperare un po’ tutti (e il Milan l’avrebbe sottoscritto in serata…), dei risultati in bilico fino all’ultimo e magari cambiati in extremis? Cose semplici, semplicissime, tipo il famoso o famigerato “il re è nudo” di Andersen senza alcun riferimento al premier rubacuori di sorta. Ma cose che non si sentono dire troppo spesso: voi mi parlate di campionato incerto, ha detto in sostanza Sacchi che qualcosina di calcio ha masticato e che può essere discusso ovviamente su tutto, ma non su quello che segue, che viene infatti ignorato. Ma, sostiene il Nostro, il campionato è non tanto incerto quanto scadente. Si gioca male, non si rischia mai per offrire uno spettacolo degno, una tattica offensiva, un’idea di gioco. Vince il solista di turno, e comanda in classifica chi ne ha di più e di meglio, vedi quindi Milan, Inter, Roma a scalare. Al tifoso basta un gol al novantesimo, e non gliene può fregare di meno che la sua squadra giochi male. Se vince. Si incazza eccome però, se perde, molto di più di quanto non lo turbi una squadra senza anima, nerbo, identità, riconoscibilità, concerto d’insieme. Ma a tutti va bene così, è la conclusione dell’Arrigo pluridecorato con il Milan e assai meno fortunato con altre squadre malgrado la sua indubbia dote callipigia (un “sedere” storico), Nazionale compresa. E tra quei tutti di cui parla l’Arrigo, cioè club, squadre, mister, giocatori, tifosi, simpatizzanti ecc., ci sono anche i recensori rotondo-logici cui sta bene così perché il prodotto televisivo tira comunque. E lo debbono vendere. Ma almeno Sacchi se ne frega e gliele canta. Se gli dessero più retta, se si avesse più fiducia nel gioco, se si desse più tempo e anche più responsabilità (“alla Ferguson”) agli allenatori, se si insegnassero le regole e il gusto ludico di una palla che gira e di un’armonia di gruppo ai ragazzini, se i soldi non fossero tutto… se… se… se. Seguendo l’Arrigo, il calcio non sarebbe diventato quella cosa scandalosa che è, con i club più visibili che in qualche modo controllano la situazione economica e quando non lo fanno c’è qualcuno che rimedia nottetempo (ricordate il leggendario “spalma debiti”?), e quelli periferici sulla soglia della bancarotta. O già nel baratro.\r\n\r\nChe mi dite del Catanzaro, un passato glorioso anche in A, una provincia tutt’altro che trascurabile, una squadra oggi ultima a zero punti nel girone C della Seconda Divisione, quindi l’inferno dantesco più profondo del subprofessionismo pallonaro? Il peggio del peggio, stipendi non pagati da molti mesi, vitto e alloggio sospesi per i calciatori, in campo la squadra dei ragazzi per cercare di completare il campionato sia pure sotto zero e non perdere definitivamente il titolo sportivo. Non sono calciatori, quelli del Catanzaro? Ma di loro, e di molti altri loro colleghi in Seconda Divisione, in Prima Divisione, a rischio in B e con il Bologna recuperato per il rotto della cuffia in A, sembra non importi niente a nessuno.\r\n\r\nSi investe sugli stranieri, mentre il vivaio parte male senza la didattica ludica di cui dice Sacchi e con la necessità poi di piazzare i giovani indipendentemente dal loro valore in qualche squadra professionistica. È un mercato saturo, è un movimento che si sta perdendo i pezzi. E se il discorso sul gioco dimesso vale per il Milan cui non bastano le prove mitologiche del gigante Ibra per vincere a Lecce, figuriamoci per gli altri. Nel frattempo gli imbonitori tv spacciano questi spettacoli come eccezionali “perché il livellamento è entusiasmante” anche se è verso il basso, e il pusher della comunicazione smercia “roba tagliata”. La Roma litiga e tiene, la Lazio non litiga, ondeggia, è stanca, ma tiene. L’Inter rimonta e il Napoli ha sulle spalle il peso di uno stadio spesso pieno e sognante e pretenzioso, ma tiene. La Juventus è quel qualcosa di informe sia che vinca sia che perda, in attesa di saperne di più sulla sua identità a calciomercato chiuso a fine mese.\r\n\r\nMa perché dicevo che la lectio sacchiana andava bene per il Paese, e per Montecitorio? Perché questa mancanza di attenzione ai contenuti è faccenda di tutti i settori, l’importante è vincere comunque anche giocando male, tanto ai tifosi/consumatori/cittadini sembra andar bene così all’infinito. Perché a Montecitorio debbono vincere comunque elettoralmente, in grande o in piccolo, e giocar bene (seminare per il Paese) e perdere non è previsto da questa classe politica e dai tifosi dei vari spezzoni di essa. Contenuti nisba, contenitori vuoti, come corazze che duellano senza niente dentro cigolando in modo atroce per l’udito, ognuna sperando che l’avversario inciampi: va bene per il calcio, va bene per il resto.\r\n\r\nE andando oltre Sacchi, va detto che l’esito incerto di molte partite è stato condizionato dalle decisioni arbitrali, o, se preferite, dalle segnalazioni degli assistenti convalidate dai fischietti. L’elenco è sterminato è ve lo risparmio. Di sicuro tra arbitri e quelli che una volta venivano chiamati riduttiva-mente segnalinee o guardalinee e oggi sono assurti a personale assistenziale, un po’ come per gli infermieri che devi chiamare paramedici o la donna delle pulizie colf, di sicuro dicevo la magistratura in mutande del pallone ne fa abitualmente di tutti i colori. E il fatto che i giocatori sbaglino almeno come loro se non di più non assolve i primi ma casomai rientra nel discorso di imperizia già fatto per i secondi.\r\n\r\nMi viene in mente che forse bisognerebbe abolire gli assistenti federali, come fanno nelle categorie dilettantistiche inferiori o giovanili: ogni squadra si porta l’assistente di linea da casa, ogni arbitro sa che solitamente quello dà il fallo laterale a favore della squadra che lo ha indicato per quel “servizio” e quindi non se ne dà cura. E le partite dipendono soltanto dagli arbitri. Dice: e le regole? E bravi, forse che tutta la storia di Calnon si su arbitri “incupolati” e assistenti/squillo chiamati al telefono per ogni esigenza un po’ da tutti? Dunque se stiamo facendo i discorsi di sempre che cosa è cambiato dai tempi di Meani/Galliani/Collina, giacché qui si rimarca l’aspetto dei collaboratori di fascia? E quindi la differenza sarebbe la malafede di allora, ancora tutta da provare, a confronto con la buonafede di oggi, sempre tutta da provare, mentre gli errori si susseguono ad usum delfino-rum e non si distribuiscono affatto equamente come ogni tanto sento dire?\r\n\r\nChe pasticcio: nella distrazione nazionalpopolare per eccellenza, il versante più autenticamente politico del Paese, il Calcio, si gioca male, si tifa peggio, si sbaglia nel giudizio arbitrale, e si decanta tutto ciò come qualcosa di imperdibile. Imperdibile, non impagabile. Si paga, eccome se si paga…\r\n\r\n(Di Oliviero Beha per ‘Il Fatto Quotidiano”)

2 Commenti

  • Solo Beha poteva scrivere un articolo così.\r\nForse dovrebbe andare a lavorare con la rosea per insegnare a quei pseudo investgatori cosa sia il giornalismo che deve convincere ma non condizionare al contrario di quanto affermato dal direttore della rosea.

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