Roberto Mancini alla Gazzetta: "L'Inter è superiore, ma occhio a Diego!" | JMania

Roberto Mancini alla Gazzetta: “L’Inter è superiore, ma occhio a Diego!”

Roberto Mancini si sente in attesa di squadra – «disoccupato» è un termine che ha il pudore di evitare – da cinque mesi. Esonerato dall’Inter nel maggio 2008, la scelta di non allenare per una stagione è stata sua: «Ho lavorato ininterrottamente per trent’anni, perché mi sono seduto in panchina il giorno dopo aver smesso …

roberto-manciniRoberto Mancini si sente in attesa di squadra – «disoccupato» è un termine che ha il pudore di evitare – da cinque mesi.
Esonerato dall’Inter nel maggio 2008, la scelta di non allenare per una stagione è stata sua: «Ho lavorato ininterrottamente per trent’anni, perché mi sono seduto in panchina il giorno dopo aver smesso di giocare. Avevo bisogno di staccare per dodici mesi, e le tre offerte ricevute in quel periodo non mi hanno tentato. Da luglio la scelta di riposare non è più mia».

Ha transatocon l’Inter per questo motivo?
«Anche, sì. Ho rinunciato amolti soldi,ma se fossi rimasto a stipendio fino all’ultimo giorno di contratto sarei uscito da tutti i radar. Avrei avuto il denaro, non la felicità di allenare. Io adoro allenare, emi considero un tutt’uno con il gioco del calcio».

La Nigeria potrebbe essere un’opzione?
«Mi è stata chiesta in forma non ufficiale una disponibilità, io l’ho data perché la prospettiva di una Coppa d’Africa e di un Mondialemi affascina, e la Nigeria è ricca di ottimi giocatori poco celebrati. Se davvero mi vogliono, io mi siedo e tratto».

L’intensità con la quale ha allenato le sue squadre e le frequenti polemiche con gli avversari contribuiscono alla vox populi secondo la quale ci sono alcuni club che lei non allenerebbe mai. Esiste davvero una lista nera manciniana?
«No. Sono un allenatore professionista, vado dovunque mi propongono un progetto ampio e serio. C’è un solo club che non mi sentirei di guidare, ed è il Genoa: sono stato la bandiera della Samp, detengo tutti i record blucerchiati, i genoani per primi non mi vorrebbero mai tra i piedi».

Allenerebbe anche la Nazionale del dopo-Lippi?
«La risposta è sì, si figuri se accetto la Nigeria e rifiuto l’Italia… Però non è un’autocandidatura, non la presenti come tale. Lei mi ha fatto una domanda, io le ho dato una risposta».

Ha ricucito il rapporto con Moratti?
«Sì.Ogni tanto ci sentiamo, parliamo anche di calcio, nel profondo è rimasta la condivisione di un gran bel lavoro. Ho guidato l’Inter per quattro anni, un vero record, e resterò per sempre il tecnico che l’ha fatta rivincere dopo anni e anni di delusioni. Il motivo per cui venni esonerato non conta più, in realtà non l’ho mai capito fino in fondo; ma era un diritto di Moratti, e non ci potevo fare niente».

Qualche suggerimento: le eliminazioni in Champions, lo sfogo post-Liverpool, il rapporto usurato con Ibrahimovic.
«Lei dice? Lo sfogo ha avuto il suo peso, ma non determinante. Con Ibra non c’erano problemi, non gravi, e comunque  se n’è andato soltanto dodici mesi dopo di me… Per quanto riguarda la Champions, sarò troppo coinvolto,ma io vedo soprattutto tanta sfortuna, specie nelle due stagioni in cui eravamo forti. Col Valencia siamo usciti con due pareggi, e il 2-2 casalingo doveva essere 3-1 per noi; a Liverpool abbiamo giocato solo in difesa, è vero,ma eravamo quasi sopravvissuti all’espulsione ingiusta di Materazzi e all’infortunio di Cordoba».

Ha visto Barcellona-Inter della scorsa settimana?
«Certo. L’Inter ha perso male, lo so,ma nessuno mette in conto che al Camp Nou ci sta di prendere un’imbarcata di venti minuti nella quale non capisci più niente e ti pare che gli avversari siano in quindici. In certi stadi e contro certe avversarie succede, ad Anfield fu lo stesso e in più mi buttarono fuori Materazzi. La forza di una squadra consiste nella capacità di assorbire i colpi, resistere limitando i danni, e poi uscire al contrattacco quando gli avversari si sono stancati. Ma la sofferenza è una componente essenziale del calcio. E in un torneo come la Champions la fortuna conta».

Intende il sorteggio degli ottavi?
«Sì, ma anche tanti altri piccoli dettagli. Secondomeil Barcellona è la squadra più forte degli ultimi cinque anni e lo resterà per i prossimi cinque, ma non è che vincerà dieci Champions: ne ha già portate a casa due, ne aggiungerà altre due. Nessuno vince sempre».

Sele dico che lei è il più catalano degli allenatori italiani, a cosa pensa?
«Al progetto di uniformare la scuola tattica interista dai pulcini alla prima squadra; è il vero segreto del Barcellona, il
motivo per cui pesca così facilmente nel vivaio, ed è una strada che avevo iniziato a percorrere. Purtroppo non ho avuto il tempo di arrivare in fondo. Ma visto che tutti dicono “impariamo dal Barça”, mi stupisco che nessuno ci arrivi».

Le quattro semifinaliste di Champions. Così, su due piedi.
«Se non si affrontano prima, Inter, Chelsea, Barcellona e Real».

Mentre domani Juve-Inter finisce…
«E cos’è, un quiz? Come forza generale l’Inter è superiore, ma dalla Juve mi aspetto la partita della vita. Se vuole riaprire la corsa allo scudetto non può fare altro che vincere».

Ma lei ci crede, a una corsa-scudetto aperta?
«A inizio stagione pensavo che la Juve si fosse avvicinata di più all’Inter. Sbagliavo. Ci sono ancora tre acquisti fra le
due squadre. Per raggiungere l’Inter, la Juve deve cambiare tre uomini. Non mi chieda quali, non sono così indelicato».

Ma Diego non doveva trasformare la squadra?
«Dategli tempo. E’ partito bene, ora attraversa la fase di adattamento, presto tornerà a decidere le partite. Diego è bravo, qualche anno fa l’avevo chiesto a Moratti, quasi lo prendemmo».
Lei è stato sempre considerato un raccomandato, ma Ferrara e Leonardo hanno fatto addirittura più in fretta.Comeli vede?
«Grandi rischi, grandi ricompense. Unallenatore debuttante sbaglia per forza di cose, il problema è la quantità di errori: nelle squadre piccole te ne puoi permettere molti, in quelle grandi pochi. Prendiamo Allegri, che mi pare il tecnico più bravo fra quelli che si sono affacciati ultimamente nel grande giro, uno che presto avrà una grande chance: ma a Cagliari si è potuto permettere due pessime partenze, nelle metropoli l’avrebbero cacciato. Il salto di qualità è quello».

Che cosa pensa del groviglio di situazioni incentrate su Balotelli?
«Posso parlare del Mario che avevo io, non ho idea di come si comporti adesso e quindi non mi permetto di giudicare il rapporto che ha con Mourinho. Ai miei tempiMario era bravo, giovane, estroso come ogni diciassettenne, o forse un po’ di più perché lui è un campione. Vede, i campioni sono diversi, hanno un’altra sensibilità e non è detto che sia un atteggiamento. Mi rivedevo molto in lui, e penso che lui avesse molto rispetto del mio passato. In campo fu  eccezionale, perché a 17 anni praticamente ci vinse lo scudetto. Ibra risolse all’ultima partita, mase ci arrivammo ancora in testa fu soprattutto per merito di Mario».

Tra i suoi problemi c’è la sofferenza per i fischi razzisti?
«Imbecilli razzisti ce ne sono, ma il punto non è quello. Mario viene provocato perché i tifosi avversari hanno capito che è un fumantino, e siccome ne sono terrorizzati cercano di farlo espellere. Il razzismo è l’odioso involucro di una motivazione tecnica».

Lei lo porterebbe al Mondiale?
«Balotelli è già oggi uno dei migliori giocatori d’Europa, con tutti i limiti di un diciannovenne. Certo che lo convocherei, anche per portarmi avanti col lavoro: Mario segnerà il calcio italiano del prossimo decennio».

Coraggio, affronti gli altri nodi che Lippi deve sciogliere.
«Capisco Pazzini, ma nel calcio la naturalizzazione esiste. Se Amauri diventasse italiano, Lippi avrebbe il diritto di convocarlo. Totti e Nesta non hanno rinunciato alla Nazionale per polemica, ma perché fisicamente non reggevano più il doppio impegno; siccome al Mondiale ci vuole la classe, io li porterei. Sul no a Cassano, infine, in giro se ne sentono tante. Vere? False? Non lo so. Si sconfina nel gossip perché si fatica a trovare una spiegazione tecnica».

Tre storie tra lei e l’Inter che non vanno dimenticate.
«Julio Cesar è stato scoperto da un mio osservatore, Aldo Pecini. In Italia non lo conosceva nessuno, stava per andare al Porto, siamo riusciti a portarlo in Italia gratis. Ed è diventato Julio Cesar. Su Maicon possiamo rivendicare meriti in tanti, perché a Montecarlo siamo andati a vederlo tutti. La mia medaglia è il fatto di aver risposto “datemelo” a quanti sostenevano che fosse troppo offensivo per il campionato italiano. Infine vorrei dire che sono molto contento per il recupero professionale e soprattutto umano di Adriano. Sono stato costretto a passare per il tecnico senza pietà che lo maltrattava, perché ovviamente non avrei raccontato nemmeno sotto tortura la gravità dei suoi problemi. L’ha fatto lui, e mi ha  tolto un bel peso di dosso».

Mourinho è…
«Il mio successore, un tecnico di valore. Ci siamo incrociati un paio di volte, salutandoci con rispetto e un po’ di freddezza. Onestamente, di più non si poteva».
(Intervista de La Gazzetta dello Sport)

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