Parla Tavaroli: "Su ordine di Tronchetti ho salvato Montezemolo e pedinato Moggi" | JMania

Parla Tavaroli: “Su ordine di Tronchetti ho salvato Montezemolo e pedinato Moggi”

Riporto di seguito un’intervista pubblicata oggi da ‘Repubblica’ che può essere utile a quanti ancora hanno dei dubbi su quanto avvenuto circa 4 anni fa, all’epoca di quella farsa che è stata Calciopoli. Un Giuliano Tavaroli un po’ appesantito, ma muscoloso, con l’occhio limpido e la voce ferma, rompe il silenzio dopo il patteggiamento a …

Riporto di seguito un’intervista pubblicata oggi da ‘Repubblica’ che può essere utile a quanti ancora hanno dei dubbi su quanto avvenuto circa 4 anni fa, all’epoca di quella farsa che è stata Calciopoli.

Un Giuliano Tavaroli un po’ appesantito, ma muscoloso, con l’occhio limpido e la voce ferma, rompe il silenzio dopo il patteggiamento a quattro anni e due mesi: “Sì, ho letto ovviamente i nuovi verbali di Tronchetti Provera”. Scuote la testa: “E l’ho anche visto in tv in un’intervista sdraiata di Fabio Fazio, a prendere le distanze da me, a dire che quasi manco mi conosceva”.

Ma, scusi, Tavaroli, si è sentito offeso?
“A livello personale non m’importa, qua c’è un’offesa professionale. E posso consentire ai giornalisti e ai magistrati di scherzare, al mio datore di lavoro no. Tronchetti sa bene che mentre lavoravo per lui ho fatto conferenze alla Nato, e anche in decine di università, perché la nostra Security aziendale era un modello. Adesso, tentano di farci passare, attraverso i loro avvocati, come un’accozzaglia di manigoldi. E lui? Fa finta di niente”.

“Ma lei e il dottore che rapporti avevate?
“Lui sembra voler interpretare il ruolo del gran signore che ha avuto un maggiordomo un po’ infingardo, faccia pure, Tronchetti. Perché in effetti mi sono occupato anche di questioni personali e familiari… ”

E cioè?
“Gli esempi sono tanti. Un Natale mi chiama perché le figlie, di ritorno da Saint Moritz, sono state controllate e fermate in frontiera, e io a mia volta chiamo e corro. A Pasqua, un’altra emergenza. Bisognava aiutare il figlio di un amico, un ragazzo con seri problemi, che doveva finire in comunità, ma andava in giro. Tronchetti e il padre avevano paura che potesse commettere delle stupidaggini, eccoci qua, siamo noi che ci attiviamo per farlo sorvegliare ventiquattr’ore su 24, meglio di una mamma. Cose normali, sacrosante, per carità, ma… “.

Ma nell’udienza preliminare, il dottore sostiene che vi vedevate poco, lo stretto indispensabile.
“Non ci vedevamo certo tutti i giorni, ma certo che ci sentivamo e, quando serviva, viaggiavamo anche insieme. E nei casi di emergenza era Tronchetti, o la sua segretaria personale, che mi chiamavano. Bastava chiedere alla mitica signora Longaretti come stavano le cose”.

Anche con i tabulati telefonici si sarebbe potuto ricostruire la dinamica dei rapporti. È stato fatto?
“Non mi risulta, sarebbe stato davvero utile analizzarli per dimostrare quanto la Security vivesse “dentro” l’azienda e per l’azienda lavorava. Come investigatore, mi chiedo come mai in Procura non siano state passate in rassegna nemmeno le mie mail, che raccontano giorno per giorno che cosa fosse, nella realtà e non nella fantasia, la sicurezza di Pirelli e Telecom, la nostra vera storia. Sin dall’inizio ho chiesto che fossero esaminati i nostri computer, erano la cartina di tornasole più chiara”.

Anche questo non sarà stato fatto dai sostituti procuratori…
“Esatto, non mi risulta”.

Ma si troveranno questi vostri computer che erano stati sequestrati?
“Spero di sì, specie se qualcuno vuole capire”.

Ci aiuti a capire lei come funzionava. Per esempio, il dottore l’ha chiamata per proteggere qualche persona importante in difficoltà?
“Più d’una volta. Mi chiamò per il suo amico Luca Cordero di Montezemolo, quando dovevano eleggerlo presidente di Confindustria. Vado da Tronchetti e vedo uscire Cesare Romiti. Il quale, mi dicono, non voleva che Montezemolo si presentasse, e parlava di un verbale giudiziario degli anni Ottanta, una vecchia inchiesta di Torino”.

Lei è sicuro di quello che sta dicendo?
“Per appurare la questione, mi muovo con il mio collaboratore Sasinini, operiamo sul pm di Biella o di Asti, comunque un magistrato vicino al procuratore Giancarlo Caselli. Sasinini chiama il pm e organizziamo a casa di Tronchetti un pranzo con Caselli”.

C’è stato questo pranzo?
“Che c’è stato è sicuro, ma io non ho partecipato”.

Risulta un’indagine vostra sull’ingegner Carlo De Benedetti. È sempre Tronchetti a ordinarle il report sulle utenze, soprattutto elettriche, delle case dell’ingegnere, per sapere quanto tempo passa all’estero?
“Eh, si sa che in vari momenti tra i due non correva buon sangue”.

È proprio vero che stavate aiutando l’Inter di Moratti contro Luciano Moggi?
“La pratica Ladroni, come la chiamavamo noi, riguarda le indagini sui rapporti tra la Juventus e gli arbitri. Volete sapere a quando risale? Al 2002… Succede che un arbitro bergamasco, ammiratore e amico di Giacinto Facchetti, anche lui bergamasco, un giorno scoppia e gli racconta i retroscena di quella che sarà Calciopoli. All’Inter vanno in fibrillazione, si spiegano alcune espulsioni, alcuni rigori assurdi e così Tronchetti consiglia a Moratti di chiamarmi”.

Siete andati dalla magistratura?
“Era quello che volevo, ma la situazione è complessa e do a Moratti l’unico suggerimento possibile, e cioè portare Facchetti, come fonte confidenziale, dai carabinieri. Può parlare, resterà anonimo, l’indagine comincerà”.

All’Inter che dicono?
“Tentennano, preferiscono non esporre Facchetti, forse hanno paura, io non posso intervenire più di tanto. Moratti mi dice che ha capito come stanno le cose e ne soffre, è preoccupatissimo, ma non vuole distruggere il calcio italiano. Allora che cosa possiamo fare? Si prepara un documento, che finisce sui tavoli dei sostituti procuratori Francesco Greco e Ilda Boccassini. E l’arbitro, convocato, va in procura, ma non è così facile come sembra… Fa scena muta. L’inchiesta Calciopoli non parte quindi da Milano, com’era possibile, ma partirà qualche anno dopo, a Napoli”.

Davanti al gup Mariolina Panasiti s’è molto parlato dei dossier sull’ex sindaco di Telecom Rosalba Casiraghi.
“In una riunione con Carlo Buora, Tronchetti e Rocco di Torre Padula si fa il punto su come la stampa parla dell’azienda. Non bene, ci sentiamo sotto tiro e c’è il sospetto che sia la Casiraghi a soffiare le informazioni ai giornalisti. Nasce così la decisione di capire meglio”.

Glielo consegnate fisicamente il dossier?
“A lui bastava quello che riferivo io. Un solo dossier legge di sicuro, quello relativo alla cognata, la signora Soriani, la seconda moglie del fratello, della quale durante l’interrogatorio davanti alla Panasiti, dice di non ricordarsi nemmeno il cognome… “.

Lei adesso è uscito dal processo Telecom e ha patteggiato la condanna per truffa e associazione per delinquere. Si sente uno sconfitto?
“No, e nemmeno un capro espiatorio. Mi sento di avere pagato i miei debiti e i miei errori, altri non l’hanno fatto. Io e la mia famiglia sì, e a caro prezzo. Ieri a scuola, mia figlia, di sette anni, si sente dire da un amichetto: “Tuo papà ha fatto delle cose brutte”. Ma questo è inaccettabile, perché non ho fatto nulla di brutto, se non proteggere un’azienda, le sue strutture, i suoi uomini. Sono finito in un’inchiesta che non è arrivata alla verità e mi sa che il marasma non è ancora finito, perché comincia il processo per rito ordinario, quello che vede Emanuele Cipriani, il titolare dell’agenzia di investigazioni accusata dei dossieraggi illegali, come principale imputato. Immagino che lui mi chiamerà a testimoniare in aula, a settembre. E, come testimone, ho l’obbligo di dire la verità, e non posso nemmeno avvalermi della facoltà di non rispondere”.

Lei, dunque, spera di ricevere finalmente le domande giuste? Sia il gip Gennari che il gup Panasiti, rimandando gli atti alla procura, hanno chiesto di indagare di più…
“Se lo dicono loro… Io sono stato un maresciallo dei carabinieri, sezione antiterrorismo, e la mia carriera successiva nasce dalla strada, non dalle raccomandazioni della politica. Quando mi sono congedato, sono stato chiamato da un cacciatore di teste a lavorare per Italtel e quando entro in Pirelli, il primo aprile del 1996, Cipriani è già lì. Lavorava sotto il manager Sola. Io, Cipriani e Marco Mancini non siamo dunque “tre amici al bar” che cercano di creare una combriccola a danno di Pirelli. Non ho portato via un euro, se molti credono che taccio perché ho un tesoretto all’estero, sbagliano. Tronchetti non mi ha coperto d’oro per non parlare e non sono stato zitto, è stato lo stesso gip Gennari a dire che ho collaborato. Non ho nulla di più dei miei stipendi. Ho il mio lavoro, un curriculum di tutto rispetto che hanno provato a infangare per salvare il presidente”.

……

Ora siete grandi e, all’apice delle carriere, siete incappati nella legge.
“Già e quando scoppia l’inchiesta, passano sei mesi in cui non succede nulla. Io lavoro in Romania, poi a gennaio mi chiama Tronchetti Provera, che preme per riavermi in azienda in Italia. Facciamo una riunione con il capo del personale Gustavo Bracco e il capo del legale Francesco Chiappetta e lo stesso Tronchetti. Pensano di ripristinare, sempre con me a capo, un servizio più limitato di Security. Sempre a gennaio, c’è un altro incontro con Tronchetti, ed è presente anche il funzionario Valente. Il presidente si mostra preoccupato perché, mi dice, Cipriani ha consegnato alla Procura la password del dvd, e cioè la chiave del “forziere” che conteneva tutti i dossier della Polis d’Istinto. E là esistono anche due o tre pratiche che fanno paura a Tronchetti Provera, e lui stesso mi cita alcuni file sui politici, Fassino e D’Alema, che sono citati in Oak Fund, e Aldo Brancher”.

E che cosa pensate di fare?
“Le ipotesi sono tante, ma in realtà l’azienda si paralizza. Si muove solo dopo la procura, e quando sa di non poter agire diversamente. E a me cambiano le carte sul tavolo. A giugno 2006 vengo licenziato, mi buttano a mare, prendono le distanze. Da gennaio a settembre 2006 mi cucinano e a settembre vado in galera. Un anno, di cui otto mesi e 13 giorni in isolamento. Del resto Tronchetti Provera conosce bene il metodo per far fuori qualcuno, quando arriva in Pirelli mandato da Mediobanca. Riesce a dare l’ultima spallata a Leopoldo Pirelli, ai tempi di Tangentopoli, quando lui e i manager vanno in procura. Indicativo sarà il discorso che Alberto Pirelli fa alla commemorazione del padre”.

Ma, secondo lei, l’inchiesta milanese ha mai puntato a Tronchetti?
“Forse all’inizio, ma non so… Tronchetti mese dopo mese contava sempre di meno sullo scacchiere degli affari. Anzi, mentre Tronchetti tratta l’uscita di scena con il banchiere Giovanni Bazoli e la vendita di Telecom è ormai considerata cosa fatta, l’inchiesta finisce, puf”.

Ma Tronchetti perché avrebbe avuto bisogno di lei per contattare chicchessia?
“Sì, so che dice così, ma è falso. Ovvio che poteva avere contatti con chiunque, ma è anche vero che c’era gente come D’Alema e Tremonti che non ci tenevano a vederlo”.

E lei che cosa fa?
“Sono io che gli ho fatto fare la pace con D’Alema, per il tramite di Lucia Annunziata, e lo stesso con Tremonti, attraverso l’ex ufficiale della finanza Marco Milanese, che io conoscevo e che lavora con lui, ora è onorevole. Tronchetti confonde i contatti formali con quelli sostanziali. Per quelli formali c’era Perissich e Rocco di Torre Padula. Per gli altri, serviva il fido Tavaroli, ora rinnegato”.

Lei dà del falso a Tronchetti, che invece fa l’anima bella, perché ha mentito in altre occasioni?
“Per esempio quando dice che le indagini su Oak Fund sono del 2005, invece sono nate nel 2001, dopo l’acquisto di Telecom dalla cordata di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno. Voleva sapere a chi erano andati parte dei soldi versati per l’acquisto di Telecom. Si pensava a una parte politica, la sinistra, a cui Tronchetti dava fastidio”.

Fastidio?
“Sì, era entrato con i piedi nel piatto in Telecom, appetito da tanti. Voleva fare l’imprenditore indipendente e questo può comportare dei rischi. Ora infatti è sceso a patti con la politica, è nei ranghi, è diventato manovrabile come tanti, tanti altri. Forse è quello che volevano, farlo tornare a più miti consigli. Era una minaccia al potere, non era il potere. Ma di mezzo ci sono finito io, con la mia famiglia”.

3 commenti

  1. Tavaroli, se lo lasci dire col cuore in mano: lei paga, in parte ha pagato, forse qualcosina pagherà ancora… Ma ha pagato ancora poco. E’ incredibile, con i reati commessi – e non solo solo tanti i reati, ma sono tantissime le volte che sono stati commessi – abbiano portato la giustizia italiana a lasciarla a piede libero a fronte della condizionale e di una sanzione che re4sta irrisoria (sempre a fronte di quanto combinato).

    Se una persona comune avesse compiuto anche uno solo dei suoi reati, sarebbe ancora dentro, con una condanna esemplare. Invece tramite lei scopriamo che – se si vuole commettere un reato – è bene commetterlo varie volte. Tanto la sanzione – se ti prendono con le mani nella marmellata – è irrisoria se confrontata al numero di volte…

    Mi saluti Tortello e Cipria, caro Tavola…
    Ah, questa povera Italia!

    ;-(

  2. Per questo motivo Merdatti,Montezuma e banda cantante la fa sempre franca.Lo stato non esisteeeeeeeee.E’ tutto papa e ciccia.Caselli,o/e un p.m, a casa di Tronchetto per salvare Montezuma……..E Montezuma invita A.Agnelli a guardare al futuro…Bastardo maledetto.

  3. Questa e’ la parte piu’ piccante………Una vera mafia di stato

    Lei è sicuro di quello che sta dicendo?
    “Per appurare la questione, mi muovo con il mio collaboratore Sasinini, operiamo sul pm di Biella o di Asti, comunque un magistrato vicino al procuratore Giancarlo Caselli. Sasinini chiama il pm e organizziamo a casa di Tronchetti un pranzo con Caselli”.

    C’è stato questo pranzo?
    “Che c’è stato è sicuro, ma io non ho partecipato”.

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