Moratti e Agnelli: nemici o amici? | JMania

Moratti e Agnelli: nemici o amici?

I Moratti? C’erano, ci sono, ci saranno. Nessun dubbio. Gli Agnelli? Ci sono stati. Per il resto, dubbi, molti dubbi. Juventus-Inter è poi la storia di due famiglie e dinastie, non soltanto una questione di soldi, semmai una fetta grossa di un secolo di cronaca imprenditoriale italiana. Da Angelo verso il presente e il futuro, …

giovanni-agnelliI Moratti? C’erano, ci sono, ci saranno. Nessun dubbio. Gli Agnelli? Ci sono stati. Per il resto, dubbi, molti dubbi. Juventus-Inter è poi la storia di due famiglie e dinastie, non soltanto una questione di soldi, semmai una fetta grossa di un secolo di cronaca imprenditoriale italiana. Da Angelo verso il presente e il futuro, da Gianni e Umberto fino all’imperfetto, anzi al passato ormai remoto. Tempi non più a confronto anche se la partita di sabato sera riscalda nostalgie e paragoni. Non esiste più la sfida vera, le scorie dello scandalo calcistico di tre anni orsono, non sono state assorbite o bonificate, anzi le nuvole tossiche sono aumentate con il caso Balotelli, gonfiato ad arte dai benpensanti moralisti e dagli ultras dell’ignoranza. Eppure Moratti&Agnelli, con la e commerciale, furono un fatto vero, soci di azienda, editoriale per la precisione, il Corriere della Sera dal 1972 al 1976, insieme con gli eredi Crespi. O ancora parentele lontane, con l’ingresso dei Visconti di Modrone nell’albero genealogico della famiglia torinese, con il matrimonio tra Gianmaria Visconti e Violante Caracciolo (sorella di Allegra e cugina di Marella) celebrato con ricevimento nel castello di Grazzano di cui Visconti è duca. Violante morì nelle ore successive alla scomparsa di Gianni Agnelli, il 24 gennaio del 2003. Visconti Gianmaria è stato anche amministratore delegato dell’Inter, quando Massimo Moratti prese in mano il club nerazzurro nel Novantacinque. Asterischi di un diario che, proprio nel football, ha avuto pagine strappate, polemiche, accuse. Il 16 di aprile del Sessantuno ne fu l’esempio più clamoroso. La Juventus ha approfittato dello sbandamento interista per superare la squadra di Herrera in classifica, si gioca a Torino l’incontro diretto, l’arbitro è Gambarotta, lo stadio Comunale è nero di folla, troppi biglietti, troppi “portoghesi”, invasione pacifica, Gambarotta sospende la partita dopo mezz’ora. La commissione disciplinare della Lega assegna il 2 a 0 a tavolino a favore dell’Inter, la commissione di appello federale cancella la sentenza e ordina la ripetizione della partita. Il presidente della Caf era un avvocato pugliese, Della Volpe il suo cognome, noto tifoso bianconero. Il presidente della federazione si chiamava Umberto Agnelli. Helenio Herrera ribadisce lo slogan: Juve=Fiat, Fiat=Potere. Angelo Moratti e il suo allenatore decidono di boicottare la decisione dei giudici, spediscono a Torino la squadra di ragazzini, Alessandro, detto Sandro, Mazzola ha diciotto anni, è arrivato allo stadio in taxi, dopo la regolare mattinata a scuola, segna l’unico gol nerazzurro, su rigore, mentre i signori della Juventus si divertono con 9 reti. Nello spogliatoio del Comunale Giampiero Boniperti consegna le scarpe da gioco al magazziniere. «Basta, ho chiuso», e conclude la sua carriera dopo 444 partite di campionato (462 in totale).
Fu l’inizio di una battaglia politica tra due modi analoghi di intendere il calcio, Moratti aveva intuito che con i grandi interpreti avrebbe raggiunto i risultati migliori, Gianni Agnelli aveva un concetto ludico del football, suo fratello Umberto, più aziendalista, la Juventus e l’Inter avrebbero, negli anni, realizzato queste filosofie. Gianni Brera creò l’immagine di derby d’Italia per contraddistinguere le sfide tra le due squadre più titolate e “nemiche” del nostro calcio, era il duello tra due città industriali, tra due poteri di interesse parallelo, il petrolio e l’automobile nell’Italia del boom; per un brevissimo periodo fu il ring di due allenatori argentini, quasi coetanei, Luis Carniglia, per sei partite alla guida della Juventus fu esonerato proprio alla vigilia del “derby” con l’Inter e del rivale Helenio Herrera diceva, creando uno slogan storico: «Par amigos o official?». Così rispondeva a chi domandava un giudizio sul gioco dell’Inter e di HH: «Official? Grande equipo, grande juego, grande entrenador! Par amigos? Mierda y mierda y mierda!». Se la ridevano Moratti e Agnelli, era ancora possibile questo tipo di divertimento in assenza dei mille canali televisivi e dei milioni di internauti.
La rivalità è proseguita, si è consolidata con l’affaire Ceccarini, il rigore non fischiato per fallo di Iuliano su Ronaldo, si è esaltata con calciopoli, la Juventus si è impoverita tecnicamente e finanziariamente, l’Inter si è rinforzata a tutti i livelli, sfruttando la scomparsa dei due fratelli Agnelli e la fragilità politica, oltre all’inesperienza, dei loro eredi. Moratti vive nella luce ancora fortissima di suo padre e i figli nutrono uguale passione per l’Inter, gli Elkann non hanno né i mezzi (la libertà di utilizzo), né il coinvolgimento emotivo dell’imprenditore milanese e della sua famiglia. Eppure Juventus-Inter sarà il nostro “clasico” come battezzano gli spagnoli Barcellona-Real Madrid, non una scontata sfida cittadina ma l’incontro tra poteri, storie, tradizioni che non appartengono soltanto al gioco del calcio.
(Credits: Il Giornale)

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