Laurent Blanc: "Io e Ferrara bravi perchè sappiamo dire di no" | JMania

Laurent Blanc: “Io e Ferrara bravi perchè sappiamo dire di no”

Giovani, senza esperienza in panchina eppure già vincenti. Queste le caratteristiche della nuova generazione di tecnici europei arrivati alla ribalta internazionale. Pep Guardiola, salito sul tetto del Mondo con il suo Barcellona, è solo l’apice: già Laurent Blanc, ex giocatore di Napoli (compagno proprio di Ferrara), Barcellona, Inter e Manchester United, con zero panchine alle …

Laurent Blanc

Giovani, senza esperienza in panchina eppure già vincenti. Queste le caratteristiche della nuova generazione di tecnici europei arrivati alla ribalta internazionale. Pep Guardiola, salito sul tetto del Mondo con il suo Barcellona, è solo l’apice: già Laurent Blanc, ex giocatore di Napoli (compagno proprio di Ferrara), Barcellona, Inter e Manchester United, con zero panchine alle spalle è stato capace di vincere Ligue 1 e Coppa di Francia lo scorso anno, interrompendo l’egemonia del Lione che durava da ben sette stagioni consecutive.
Vi riportiamo dunque da La Stampa un interessante intervista all’ex difensore francese, attuale tecnico di quel Bordeaux che sarà il prossimo avversario della Juventus in Champions League (domani sera, ore 20:45 a Torino) e, si mormora, uno mei più accreditati a prendere il posto di Raymond Domenech alla guida della Nazionale transalpina.

Laurent Blanc

Lei, Ferrara, Guardiola: siete tutti giovani, alla prima squadra e già molto stimati. Quale è il segreto?

«Sappiamo parlare. Spieghiamo le scelte perché il nostro principale problema è gestire lo scontento: le rose sono ampie, c’è sempre qualcuno che conta a cui tocca stare fuori e giovani per cui è più difficile trovare spazio. Nessuno è al riparo. Ci vogliono regole. Nella mia carriera ho incontrato tecnici che non dicevano una parola, davano i nomi e via. Oggi è molto diverso: serve rispetto reciproco. Un allenatore non è un amico e la verità non è quasi mai bella».
Ha conosciuto Ferrara quando giocavate insieme nel Napoli , che ricorda di quell’anno?
«Mi ha portato in giro per la città, era di casa ed era uno spasso starlo ad ascoltare. Si sentiva responsabile per tutti. Gli ho persino affidato il mio appartamento quando me ne sono andato e già allora si capiva che era perfetto per allenare. Come me ha un passato. Non solo perché ha giocato, ha un vissuto. Ed è diverso: significa che impari calcio, che rifletti su ogni situazione che ti capita».
Ha giocato nel Manchester United, nel Barcellona, nell’Inter. Che ha rubato ai suoi allenatori?
«La professionalità di tutti. Poi mi piacerebbe aver preso l’intelligenza di Ferguson e la capacità di esaltare la squadra di Lippi».
Ma lei ha conosciuto Lippi all’Inter in un anno nero.
«Aveva già vinto e dopo avrebbe vinto ancora. Sapeva di esserne capace e trasmetteva questa sicurezza».
A Mourinho ruberebbe qualcosa?
«La gente crede che si atteggi a personaggio. Invece non è vero. Io l’ho avuto come tecnico, era il vice di Robson a Barcellona, ed era identico a come è ora anche se nemmeno poteva decidere lui. Ama il conflitto e tira fuori il meglio mettendo le persone una contro l’altra».
Da giocatore ha conosciuto la Juve  che non era mai andata in serie B, da allenatore trova una squadra appena rinata.
«In comune hanno la grandeur, perché fa parte del loro Dna. Un altro club ci avrebbe messo molto di più a riprendersi, i bianconeri sono andati veloci perché tornare a questo livello sta nella loro natura».
Quando giocava per l’Inter aveva la sensazione che la Juve  ricevesse degli aiuti?
«Le sensazioni non bastano. So che quella squadra sul campo era forte. In più dicono ci fosse altro».
Uno dei giocatori più importanti del suo Bordeaux è Gourcuff. Perché il Milan  non ha saputo aspettarlo?
«Perché crescere giovani non è nella loro filosofia. Hanno bisogno di risposte immediate, un ragazzo va bene se è Kakà o Pato cioè quando è un fenomeno. Gourcuff era a metà del suo percorso negli anni in rossonero e non hanno potuto accompagnarlo. Ci sono tante squadre importanti che hanno questa stessa mentalità, non è un delitto».
Questo inizio di Champions è Italia contro Francia: chi rischia di piu?
«E che cosa possono rischiare le squadre francesi? Stiamo migliorando, ma abbiamo meno cultura calcistica, meno campioni, meno soldi. Il fatturato del Bordeaux è di 100 milioni. Mettetelo a confronto con quello della Juve».
Per lei che cosa è Italia-Francia?
«Tante partite complicate e un’evoluzione. Abbiamo preso molto da voi, e vi dobbiamo qualcosa del successo ai Mondiali nel 1998. I nostri uomini chiave erano cresciuti nel vostro campionato. In Italia c’è un concetto di calcio-business che ancora oggi ci manca».
La Juve  l’ha mai contattata dopo l’esonero di Ranieri?
«No, l’ho letto sui giornali ma non è mai successo e quando hanno scelto Ciro ho pensato che fosse l’uomo giusto. Mi piacerebbe allenare in Italia in futuro, c’è la stessa passione per il pallone che ho visto nel sud della Francia. Ci somigliamo».
Perché la Francia fa così fatica nel girone di qualificazione mondiale?
«I risultati non sono all’altezza dei giovani di qualità che giocano in nazionale. Qualcosa non va».
Come è riuscito a fregare il Lione  dopo sette anni di dominio?
«Ho capito che non c’era più tanta differenza. Eravamo cresciuti, come società, nelle finanze, nello staff e ho spinto sull’idea che fosse il momento buono».

Fracassi Enrico per Juvemania.it

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