La Juventus ricorda il giornalista Giorgio Bocca | JMania

La Juventus ricorda il giornalista Giorgio Bocca

La Juventus ricorda il giornalista Giorgio Bocca

Proprio nel giorno di Natale, l’Italia ha perso uno dei personaggi che ha scritto pagine importanti della sua storia recente. All’età di 91 anni è scomparso Giorgio Bocca, giornalista e scrittore tra ipiù conosciuti e affermati. Nato a Cuneo, è stato uno dei simboli del Piemonte. Proprio come la Juventus, di cui era tifoso. Anche …

Proprio nel giorno di Natale, l’Italia ha perso uno dei personaggi che ha scritto pagine importanti della sua storia recente. All’età di 91 anni è scomparso Giorgio Bocca, giornalista e scrittore tra ipiù conosciuti e affermati. Nato a Cuneo, è stato uno dei simboli del Piemonte. Proprio come la Juventus, di cui era tifoso. Anche la società bianconera ne piange la scomparsa e si unisce al dolore dei famigliari.
Bocca fu uno dei primi che ebbe il coraggio di sfatare il mito di Calciopoli, indicandolo col suo vero nome tutte le volte che ne ebbe occasione. Per ricordare uno degli ultimi giornalisti veri, riportiamo un suo articolo pubblicato su L’Espresso del 31 luglio 2006.
…”Proviamoci a elencare tutto ciò che non abbiamo capito nel processo al calcio che riempie da mesi la nostra informazione suscitando sdegni e scandali.
Chi segue come noi il campionato aveva certamente osservato la debolezza, gli errori, le contraddizioni della funzione arbitrale, ma restando all’impressione generale che essi non avessero sostanzialmente falsato i valori in campo.
C’era una squadra, la Juventus, che per la sua organizzazione aziendale, il numero dei suoi campioni, il consenso degli spettatori, la sua storia, era accreditata come la più forte e a nessuno sembrava ingiusta o truccata la sua conquista dello scudetto.
Aveva avuto sul campo dei favori arbitrali? Non più e non meno di altre squadre e negli ultimi mesi aveva perso quasi tutto il vantaggio accumulato nei precedenti, segno che non esisteva un meccanismo di frode stabile a suo favore.
La prova che questo primato sportivo esisteva ed era meritato veniva poi confermata dai campionati Mondiali di calcio, in cui la finale per il primo e il secondo posto è stata in pratica questione di una decina di giocatori juventini.
C’era un sistema Moggi, un sistema Juventus truffaldino e sportivamente ingiusto? Se sì, resta da capire come questo sistema abbia riportato il calcio italiano al primato mondiale e lo abbia riportato con una impresa non solo di valore sportivo, ma etico, con una squadra italiana che superava con la volontà, con l’attaccamento alla maglia, la superiorità atletica e tecnica di squadre come il Brasile, l’Argentina, la Francia, la Germania. Ma, si dice, il campionato Mondiale è un’altra cosa che non va confusa con la corruzione del nostro sistema. Affermazione assurda. Le vittorie e le sconfitte nel campionato del Mondo hanno sempre avuto il peso di un giudizio generale sul nostro calcio. Questa volta no, questa volta il fatto che siamo di nuovo i primi nel mondo, dopo sei finali e mezzo secolo di competizioni, appare quasi casuale.
Non siamo degli esperti di istruttorie sportive, ma questa che si è conclusa con severità inaudita ci pare fra le più sbrigative e criticabili che si conoscano: intercettazioni telefoniche scarse, 40 quelle di Moggi su migliaia, grandissima fretta di concludere, un’aria di pregiudizio, di condanna già scritta in partenza, soprattutto la voglia dei giudici di far passare per congiura di pochi malfattori un sistema di prepotenze e malversazioni, dei più grandi sui più piccoli, dei più forti sui più deboli, che ormai è la regola generale di questo come di altri sport, la regola che bisogna vincere a ogni costo perché solo la vittoria moltiplica i buoni affari e il potere.
Le trasmissioni televisive, i dibattiti fra esperti giornalisti e tecnici sul processo sono apparsi raggelanti. Si è capito lontano un miglio che questi galantuomini, quegli esperti innocenti e dolenti da mesi, da sempre sapevano tutto delle trame e degli imbrogli in corso e che tacevano per le stesse identiche ragioni dell’arbitro Paparesta.
Incautamente hanno partecipato a questi dibattiti i più noti, i più influenti giornalisti sportivi che per mesi, per anni, erano andati avanti ad allusioni, a strizzate d’occhi per far capire al pubblico che loro sapevano, che a loro non la si faceva.
Difendevano il loro lavoro? Tacevano per il bene del calcio? E allora, perché non lo difendono oggi che è assalito da un branco di iene, perché non si oppongono a richieste di condanna eccessive che minacciano di far cadere in pezzi l’intera organizzazione del calcio e dei suoi campionati senza opporsi alle vendette trasversali, alle gelosie, alle manovre dei club e dei loro alti burocrati?“…

Ciao Giorgio. Ci mancherai.

Fracassi Enrico

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