Editoriali

Juventus: l’incognita è Ferrara (di Roberto Beccantini)

roberto-beccantiniAlzi la mano chi non pensa che, a Livorno, l’Inter abbia messo l’ipoteca sul campionato. Che non lo faccia Mourinho, non vale: lo pagano moltissimo anche per raccontare le bugie necessarie e sicuramente lo è il negare che sette punti di vantaggio sulla Juve costituiscano una fuga importante. L’uomo ci ha abituato alle sbruffonate però ha l’intelligenza per capire quando bisogna fingersi umile e poi la scaramanzia non è un’arte sconosciuta ai portoghesi. Il solco segnato in classifica dall’Inter è la misura del fallimento, oggi momentaneo ma temiamo definitivo, delle sue rivali per lo scudetto tra le quali non abbiamo mai considerato la Sampdoria, il cui potenziale è da quinto o sesto posto, se va bene. Le minacce di Cassano ai primi mugugni lasciano però il tempo che trovano: nella sostanza ha ragione, nella forma un po’ meno perché non ci risulta che se lascia Genova come fece con Roma e Madrid ci sia in coda così tanta gente disposta a fare follie per averlo. Samp in frenata, Milan e Fiorentina in ripresa ma con troppi limiti. La fortuna dell’Inter che ha 4 punti in più della passata stagione è che pure stavolta non ha avversarie che si esprimano con continuità. Qui entra in gioco la Juve. Un anno dopo, è più o meno al punto in cui si trovava con Ranieri dopo la sconfitta di Napoli, con la differenza che allora spuntò Del Piero a salvare tecnico e baracca inventando i gol che sconfissero il Real Madrid e raddrizzarono per un po’ il corso della stagione. Ferrara non ha neppure questo scudo. Del Piero è fermo ai box. Non lo avrà domani in Coppa, chissà quando sarà pronto per il campionato. La delusione è forte almeno quanto lo furono le illusioni create con le prime partite. Ferrara, dietro l’apparente maschera di partenopeo incline al sorriso e all’ottimismo, è un uomo capace di macerarsi e ci sono tutti i segnali perché questo stia avvenendo nel suo animo: chi ha giocato 500 partite in serie A sa abbastanza di calcio per non commettere gli errori che don Ciro ha compiuto nel secondo tempo contro il Napoli, di cui si erano visti i prodromi in altre occasioni, dal pareggio con il Bologna ai troppi rischi corsi contro il Maccabi ridotto in dieci. La gestione di un vantaggio è qualcosa che Ferrara ha sperimentato decine, forse centinaia di volte, nella sua carriera di calciatore. Non è possibile che non l’abbia imparata. A meno che le critiche che gli sono piovute addosso nell’ultimo mese, forse la frustrazione nel vedere come il buon lavoro dei primi tempi si stia bruciando nelle difficoltà più recenti, o magari la percezione che nella squadra qualcuno comincia a dubitare che sia l’uomo giusto (i calciatori sono i primi a notare se la barca fa acqua così calano in tempo la scialuppa) non gli abbiano tolto la lucidità di leggere la partita in corsa. Se così fosse sarebbe molto grave.\r\n(Credits: La Stampa)

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