Felipe Melo: "se segno alla Fiorentina, esulto" | JMania

Felipe Melo: “se segno alla Fiorentina, esulto”

L’attaccabrighe sta studiando da diacono («il primo sogno») e da campione d’Italia e del Mondo («l’altro sogno»). Così le vie del Signore stanno cambiando Felipe Melo, «dentro e fuori dal campo». Felipe Melo, pure lei è acciaccato: contro la Fiorentina gioca? «Non c’è una possibilità che non lo faccia. Anzi, sì: che Ferrara mi lasci …

felipe_melo_juveL’attaccabrighe sta studiando da diacono («il primo sogno») e da campione d’Italia e del Mondo («l’altro sogno»). Così le vie del Signore stanno cambiando Felipe Melo, «dentro e fuori dal campo».

Felipe Melo, pure lei è acciaccato: contro la Fiorentina gioca?
«Non c’è una possibilità che non lo faccia. Anzi, sì: che Ferrara mi lasci fuori». (sorride)

Per alcuni tifosi viola fu alto tradimento. Vuole vendicarsi?
«Macché, è solo una partita importante e quelli che dissero quelle cose non erano veri tifosi. A Firenze mi sono trovato bene».

Se fa gol esulta?
«Se lo faccio non manco di rispetto a nessuno».

L’hanno pagata 25 milioni, il più caro: sente la pressione?
«No, nessun peso. La responsabilità c’è, ma nulla più. Il guaio è un altro: la gente pensa che il calciatore non sbagli mai, ma non siamo macchine. Nessuno è perfetto, tranne Maradona e Pelè».

Sorpreso di valere tanto?
«No, perché dopo l’anno all’Almeria credevo di poter arrivare al top. Lì feci il salto».

Al Racing faceva l’ala.
«E infatti la domenica non giocavo. In due anni l’allenatore, Miguel Angel Portugal, non mi mise mai a centrocampo: diceva che non avevo qualità. Poi andò a lavorare al Real, mi chiamò e mi disse: “Scusami, mi ero sbagliato”. Tanto che l’estate scorsa arrivò un’offerta da Madrid».

Perché ha scelto la Juve?
«A Madrid non era tutto fatto e alla mia famiglia piaceva l’Italia. Poi un calciatore deve sentirsi importante e la Juve ha compiuto uno sforzo notevole per prendermi».

Ama il ju jitsu: per questo è così aggressivo?
«Ehi, se faccessi ju jitsu in campo spaccherai qualcuno».

La fedina dell’anno scorso non è da angelo: 14 gialli e 2 rossi.
«Presi tre o quattro cartellini perché litigavo con l’arbitro o con qualche calciatore. Gli altri erano per normali falli di gioco. Non sono un attaccante, sono un centrocampista difensivo: magari ti arriva Ronaldinho, Pato, Kakà o Cassano, e non sempre gli levi la palla pulita. Mica li puoi lasciare andare. Con la Fiorentina, se arriva Jovetic e fa la gran giocata che faccio? Fallo, ma mai per fare male».

A Monaco s’è attaccato con Robben. Non è la prima volta.
«Prima litigavo e non mollavo mai, ora sono cambiato. A fine stagione mi sono detto: devo cambiare. Robben stava andando veloce e gli ho dato una spallata. Ma ci siamo chiariti».

Il segreto del cambiamento?
«È sempre dentro di te».

Veron è il poster dell’infanzia.
«Quando giocava non sbagliava un passaggio».

A lei è capitato.
«Sono uno che si rivede le partite, e a Palermo ho sbagliato. Penso che la squadra abbia perso per colpa mia, mi prendo le responsabilità. Però sono tre anni che sto giocando ad alto livello ed è la prima volta che sbaglio: ora ne ho davanti altri tre».

Con il Brasile pilota il contropiede più spesso.
«Qui ne faccio meno, ma posso rubare più palloni».

Sissoko le darà una mano?
«È un bravo giocatore, ma anche Marchisio e Camoranesi. Sicuramente Momo è uno che ti aiuta a rubar palloni: avrò più spazio per andare avanti».

Lei ha anche il passaporto spagnolo, però disse: o Brasile o niente. E Amauri?
«Gliel’ho detto l’anno scorso: “Devi parlare con la tua famiglia”. Ma se Lippi gli ha promesso che lo chiama, deve andare. Forse Dunga ha già fatto il Brasile».

Mai pensato di non farcela?
«Nei due anni al Racing, difficili. Mi ha dato la forza prima Dio, poi la mia famiglia, papà Josè, e mamma Silvania».

Paura di uscire subito dalla Champions?
«No».

A Palermo un disastro: vi eravate un po’ montati la testa?
«Inconsciamete, forse sì. Ora mettiamo il sedere per terra e lavoriamo».

Crede ancora allo scudetto?
«Certo».

Perché non si senti arrivato?
«Contro la Roma era morta mia nonna, mio babbo stava male, ma ho giocato. L’ho fatto perché sono felice qui e voglio sempre di più. Ma non sono i soldi che mi fanno lavorare, è la fame di vittorie: scudetto, Champions e Mondiale».

In cosa è cambiato?
«Mi sento più maturo. Sono migliorato, dentro e fuori»

Il sogno?
«Sto studiando per diventare diacono della mia chiesa, in Brasile. Ma per farlo devo cambiare tante cose. Ho parlato spesso con Legrottaglie, anche dopo la partita di Palermo. Devi dimostrare giorno dopo giorno che sei cambiato. Per questo sto studiando la Bibbia, e viene qui un pastore brasiliano, Junior, che è missionario in Portogallo. Credente lo sono sempre stato, ma non facevo le cose giuste. Così sono cambiato».

Prima com’era?
«In strada, o in discoteca, se c’era da litigare non mi tiravo indietro, volevo farlo. Ora sono molto più tranquillo».

Credits: La Stampa
Fracassi Enrico – Juvemania.it

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