Doping: intervista al professor Giuseppe D'Onofrio | JMania

Doping: intervista al professor Giuseppe D’Onofrio

Di doping, inevitabilmente, si continua a parlare. Il calcio, al contrario di altre discipline che hanno trovato il coraggio di giudicare i propri eroi, è avvolto da una coltre di omertà, anche se in verità la sua occasione l’ha avuta nel processo di doping alla Juventus, ma l’ha sfruttata malissimo. Vi proponiamo un’intervista esclusiva per 24oredisport …

Di doping, inevitabilmente, si continua a parlare. Il calcio, al contrario di altre discipline che hanno trovato il coraggio di giudicare i propri eroi, è avvolto da una coltre di omertà, anche se in verità la sua occasione l’ha avuta nel processo di doping alla Juventus, ma l’ha sfruttata malissimo. Vi proponiamo un’intervista esclusiva per 24oredisport al Professore Giuseppe D’Onofrio, ematologo, docente e autore del libro “Buon sangue non mente” (Minimum Fax), che nel processo in questione si rivelò come il grande accusatore della società bianconera. D’Onofrio, un tempo, era uno dei consulenti della Federcalcio più richiesti. Stranamente, dopo la perizia shock stilata nel processo, la sua attività, in Italia, come perito ematologo subì una brusca quanto clamorosa frenata. Attraverso le pacate risposte di D’Onofrio intuiamo diversi elementi, a dir poco sconcertanti. Ricapitoliamo. La Juve, dopo due anni di processo ormai ad un punto morto, chiede che ci si affidi ad una perizia super-partes (la stessa che la inchioderà, almeno sulla carta). La scelta cade su D’Onofrio, consulente della Federcalcio. La Juve è piuttosto tranquilla. Forse sa che in virtù dei suoi legami con la Federcalcio non deve temere nulla. Dopo il processo, D’Onofrio scompare dalla Commissione Antidoping italiana, con la quale era abituato a lavorare da anni, ma continua la sua attività, con successo, a livello internazionale. Qualcosa non quadra…
Tornando alla sentenza, ecco cosa scrivevano i giornali all’indomani del verdetto del Processo (Giraudo assolto, Agricola condannato a 22 mesi), nel quale la Juventus era stata chiamata a rispondere di doping: “Nessuno può esultare”, “D’ora in avanti sarà tutto diverso”, “Un’ombra sugli scudetti”. Mura sulla Repubblica aggiungeva: “Questa sentenza è una brutta botta per la Juve, da qualunque parte la si guardi, getta una lunga ombra su quattro stagioni. Ma è una prima assoluta nel nostro calcio: la condanna del medico di una squadra di primissimo piano per frode sportiva e somministrazione di farmaci pericolosi. E anche la paroletta Epo (…) L’assoluzione di Giraudo è per insufficienza di prove, stupisce che la Juve la consideri un’assoluzione di tutta la società. E Lippi, quanto ne sapeva?”
Eppure dopo l’assoluzione per insufficienza di prove e la prescrizione, che alla fine, si sa, aggiusta tutto, il processo si è chiuso lasciando a tutti il pesante sospetto che il calcio non abbia appreso nulla da questa vicenda. Se non come issare barriere sempre più efficaci per difendersi dall’evidenza dei fatti. E autogiustificarsi, sempre e comunque.

Nel processo Lei è stato catapultato in un mondo, che di fatto rifiuta e delegittima qualsiasi tipo di giudizio e condanna proveniente dall’esterno. Che impressioni Le sono rimaste dopo l’esperienza del processo?
Io ho avuto la mia esperienza. Mi ero avvicinato al calcio perché mi era stato chiesto di partecipare come consulente alla Commissione Antidoping della FEDERCALCIO, prima del processo. Lì ho colto una certa voglia di portare avanti un progetto di antidoping. Premetto che tutto quello che le dirò riguarda il doping del sangue, perché è quello il mio campo. L’antidoping delle urine è un altro discorso. C’è sempre da fare la distinzione tra quella che è la ricerca di una sostanza nelle urine, che può essere positiva o negativa, e il discorso del doping del sangue che va approfondito attraverso lo studio dei profili ematologici. Attraverso i valori che si possono vedere dagli esami si può in qualche modo interpretare una situazione di uso di sostanze, anche se non è possibile individuarle e questo dipende dalla natura di questo particolare tipo di doping. Tornando a quello che stavamo dicendo prima, c’era quindi da parte della Commissione Antidoping una certa voglia e anche fretta di creare un protocollo che fosse basato sulla combinazione sangue-urine, che all’epoca (2002-2003) andava molto di moda. In questo ho colto sicuramente anche delle ragioni di immagine, di voler mostrare all’opinione pubblica che si lavorava in questo settore. Dall’altro lato c’era una resistenza dei vecchi medici del calcio, che avevano una certa reticenza a portare avanti questo discorso. C’era un grande rispetto per i calciatori, quasi un timore reverenziale. In realtà fare un prelievo ad un giocatore sembrava una cosa molto difficile, come se uno potesse danneggiare vene preziosissime. Tanto è vero che si decise di fare questi prelievi alla fine delle partite, cosa che va contro tutte le linee guida e i regolamenti internazionali. Anche perché la prestazione fisica modifica in qualche maniera i parametri. Lo sforzo produce una disidratazione o l’esatto contrario. Alla fine ero un po’ il responsabile di questo progetto e avevo accettato questa cosa come provvedimento temporaneo. In realtà quando ho visto che prima delle partite i calciatori facevano flebo, endovene, ecc… ho capito che quella era una situazione non corrispondente al vero. I calciatori erano abituati a fare delle endovenose anche prima delle partite. A distanza di almeno cinque anni, credo che la pratica sia ancora questa: fare i prelievi dopo le partite. Sì, la resistenza penso che sia rimasta.

Nel processo era stata proprio la Juve a richiedere una perizia super partes: perché?
Il processo andava avanti da un paio di anni. Era nato come un processo legato al fatto che erano stati trovati più di 250 farmaci nell’infermeria della Juventus. Poi i periti del dottor Guariniello visto che i calciatori facevano molto spesso prelievi di sangue, almeno ogni due mesi, avevano analizzato diversi dati relativi a questi risultati e quindi avevano visto che ci potevano essere dei sospetti che questi valori non fossero perfettamente fisiologici. Le due parti si scontravano e si era creata una situazione di stallo. Furono richiesti due periti, io per la parte del sangue e poi c’era il professore Muller, che era un farmacologo. Io ho ricevuto dal giudice dei quesiti specifici sui valori che erano stati riscontrati in questi calciatori e sul loro essere fisiologici.

Ricordiamo brevemente la perizia?
Mi ero trovato con una quantità di materiale enorme, perché c’erano tutti i calciatori seguiti al mondo. Analizzando questi valori e valutando l’andamento generale, alcuni casi specifici in cui c’erano dei movimenti di emoglobina e tenendo conto come parametro principale dell’antidoping la stessa emoglobina ho fatto la perizia. La domanda era se quei valori erano fisiologici o meno: quei valori non erano fisiologici, in generale potevano essere indicatori di una stimolazione esterna. Nel primo grado il giudice ha ritenuto che sia la mia perizia sia quella del Professor Muller fossero sufficienti per condannare il medico Agricola e non l’amministratore delegato Giraudo, che erano i due imputati. Mentre poi in appello c’è stata una sorte di insufficienza di prove. Il giudice scrisse che la mia perizia era fragile.

Nel libro scrive “A questo processo, senza saperlo, ti sei preparato da una vita.” Si aspettava l’atteggiamento che Le hanno riservato in aula gli uomini della Juventus? Che cosa ricorda dello Stile Juventus?

Sicuramente mi aspettavo che ci fosse una reazione, come normalmente avviene. Quello che si è verificato è stata una reazione compatta, decisa e con alle spalle una linea su come fronteggiare il problema, che la mia perizia costituiva e che loro evidentemente per qualche ragione non si aspettavano. Lei si ricordi che io ero un consulente della Federcalcio e questa è una cosa che se Lei la vuole interpretare si può interpretare, considerando quello che c’è stato dopo. Era evidente che io non ero sgradito come persona alla Juventus.

Almeno fino a quando non ha espresso la perizia…
Sì. Ero comunque un elemento che essendo legato alla Federcalcio potevo essere considerato come una persona affidabile. Anche perché dal momento della perizia in poi per me la Federcalcio è scomparsa. Non sono più stato convocato. Il mio lavoro di consulente, che era stato assolutamente impegnativo e frequente è finito: da quel momento in poi sono scomparso. Certamente c’è stata una reazione. Quello che io non mi aspettavo era una strategia basata sul discredito personale. Quando sono emerse le telefonate di Calciopoli si è visto che c’è stato un tentativo di andare a screditare prendendo informazioni sulle persone, andare a vedere le frasi dette nei precedenti processi che potevano essere usate in un contesto differente. Da questo punto di vista la reazione è stata un po’ come se si fosse calpestata una lesa maestà. Come a dire: che cosa vuole questo, come si permette? Si è cercato di arrivare a forme di discredito ridicole, è stato pure detto che ero un ultrà romanista. Questo fu detto due volte dall’avvocato nella sua arringa finale e anche dal dottor Giraudo in un’intervista al Corriere dello Sport.

Lei fa una cronaca molto dettagliata del processo, riportando dibattiti, interrogatori e testimonianze dei protagonisti della vicenda. Leggendo il finale si ha come l’impressione che sia mancato un passaggio. Mi spiego, il finale non doveva essere quello visto ciò che perizia e processo avevano fatto emergere. Come si è arrivati a quella sentenza secondo lei?
E’ frequente che nel processo l’appello ribalti il primo grado. Essendo basato su dati comunque indiziari, valutazioni dei periti è possibile che succeda questo. La sentenza d’appello è stata più tradizionalista, poi è arrivata la sentenza della Cassazione e la prescrizione. La parte relativa al sangue non poteva neanche essere affrontata dalla Cassazione perché avrebbero dovuto richiedere un’altra perizia. Io penso alla fine che il processo era abbastanza prevedibile, come è andato a finire. E’ un sistema che si è autogiustificato. Non mi ha sorpreso assolutamente.

Come è cambiata la sua vita dopo il processo?
Non è cambiata assolutamente per quanto riguarda la mia sfera personale e professionale normale. Soltanto la mia attività in questo campo è cambiata. Mentre prima di questo processo ero molto richiesto e attivo come consulente, dopo non più. Si sono sviluppate per fortuna diverse attività all’estero. Sono consulente della Wada (World Anti-Doping Agency) e lavoro anche come consulente di altre federazioni internazionali, impegnato in vari processi. E’ un’attività molto interessante e fatta all’estero, sembra avere un pochino più di trasparenza nelle cose che succedono.

Se buon sangue non mente la Juventus era da assolvere o da condannare?
Il sangue diceva soltanto quello che alla fine c’era nelle conclusioni della mia perizia. C’erano delle situazioni, dei comportamenti e dei valori ematologici che erano indicativi di una non fisiologia di alcune variabili. Il problema di assolvere e condannare stava al giudice, io non posso dare un giudizio in questo senso.

Neanche intimamente?
Posso solo dire che non ho assolto i valori di emoglobina.

Credits: 24OrediSport
Fracassi Enrico – Juvemania.it

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