Doni ammette: "Ho truccato partite, ma non so perché l'ho fatto" | JMania

Doni ammette: “Ho truccato partite, ma non so perché l’ho fatto”

Doni ammette: “Ho truccato partite, ma non so perché l’ho fatto”

Cristiano Doni ormai non ha più nulla da nascondere. L’ex capitano dell’Atalanta, da mesi al centro dello scandalo del calcioscommesse, ammette ancora una volta le proprie responsabilità, nel corso di una lunga intervista rilasciata al quotidiano ‘La Repubblica’ a cui confessa: “E la cosa peggiore è che ancora non ho capito perché l’ho fatto, come …

Cristiano Doni ormai non ha più nulla da nascondere. L’ex capitano dell’Atalanta, da mesi al centro dello scandalo del calcioscommesse, ammette ancora una volta le proprie responsabilità, nel corso di una lunga intervista rilasciata al quotidiano ‘La Repubblica’ a cui confessa: “E la cosa peggiore è che ancora non ho capito perché l’ho fatto, come è stato possibile. L’unica speranza è che almeno la mia storia serva da lezione agli altri”.

Quale che sia la morale della favola, ora doni invita anche gli altri calciatori a denunciare le combine:

“Non so se ce ne è una. Magari ce ne sono molte. Io spero solo che gli altri calciatori vedano quello che mi è successo e capiscano. Non siano tanto imbecilli e facciano quello che in queste ore sta facendo Masiello. È stato molto coraggioso e, diversamente da me, ha avuto l’intelligenza di denunciare tutto per tempo. Spezzare quell’omertà che sta devastando il calcio”.

Tornando alle proprie responsabilità, Doni circoscrive il tutto ricordando che sono relative solo a due episodi:

“Ascoli-Atalanta e Atalanta-Piacenza. La settimana prima giocavamo contro l’Ascoli e alla vigilia mi dissero che la gara era truccata. Io dissi ok, bene, volevo andare in A, era perfetto. Poi invece in campo mi accorsi che non era vero e infatti pareggiammo (ma mi rendo conto che il risultato, non cambia le cose). La settimana dopo c’era il Piacenza, e mi dissero nuovamente che la partita era truccata. Io non ci credevo, poi invece in campo mi accorsi che era vero. Tanto che Cassano al momento di calciare il rigore mi disse “tira centrale che io mi tuffo””. Andò esattamente così. Tanto che io vissi anche alcuni momenti di panico, perché non sapevo che anche lui era d’accordo e ogni tanto capita che i portieri avversari cerchino di imbrogliarti… Così quando andai a battere ero davvero incerto se dargli retta o no”.

Poi si passa ad Atalanta-Pistoiese del 2000, quando sulla panchina dei toscani siedeva Massimiliano Allegri:

“È un episodio lontano nel tempo, ma se qualcuno mi vorrà chiedere spiegazioni gliene darò. Ci indagarono poi ci assolsero, molti ancora oggi credono che la mia esultanza “a testa alta” sia nata da quell’episodio. Invece no: era il frutto di uno scherzo con Comandini, un gioco che si faceva da ragazzini quando uno alzava la testa e diceva “ritiro” dopo aver insultato qualcun altro”.

Infine Doni, denuncia i colleghi che ancora oggi continuano a truccare le partite. Quanti ce ne sono?

“Molti, troppi. In B più che in A perché a parte 3 o 4 club, gli altri pagano poco, anche 20mila euro l’anno. E così i calciatori sono più corruttibili. Però in generale sono molti, sì, è un problema culturale. Da noi c’è l’abitudine di non infierire sull’avversario, di non mandare in B un collega in pericolo se non c’è un motivo di classifica, di mettersi d’accordo. In Spagna ad esempio non è così. Da noi invece capita che in campo ti chiedano il risultato, è capitato anche a me sia di chiedere sia di avere avuto richieste. E su queste abitudini da quando hanno legalizzato le scommesse “campano” tutti: gli ingenui, gli amici, i balordi, i mafiosi. E il problema assume altre proporzioni. Ma il punto di partenza è un difetto culturale che non riguarda solo i calciatori, ma anche gli altri protagonisti, gli arbitri che vedono tutto e non fanno nulla, il quarto uomo, gli osservatori della Figc, i giornalisti… Perché non è mai successo nulla tutte le volte che un giocatore è stato inseguito negli spogliatoi dagli avversari dopo un risultato “inatteso”?”.

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