Dalle scarpe alla pizza, addio stadi storici di una volta | JMania

Dalle scarpe alla pizza, addio stadi storici di una volta

[email protected] James’ Park. No, non è un indirizzo email, anche se a prima vista può sembrare tale: è il nome con il quale, per i prossimi sei mesi, verrà chiamato lo stadio del Newcastle, l’ormai ex St James’ Park, che dopo 117 anni di storia inizierà una nuova vita fatta. Inferociti i tifosi dei Magpies, …

nuovo stadio[email protected] James’ Park. No, non è un indirizzo email, anche se a prima vista può sembrare tale: è il nome con il quale, per i prossimi sei mesi, verrà chiamato lo stadio del Newcastle, l’ormai ex St James’ Park, che dopo 117 anni di storia inizierà una nuova vita fatta. Inferociti i tifosi dei Magpies, ma questo è il progresso: i “naming rights” rappresentano infatti la nuova frontiera del found raising. “Il nostro stadio si chiamerà così sino a maggio, ma dalla prossima stagione sono sicuro che avremo un nuovo sponsor”, ha detto Mike Ashley, patron del Newcastle e della Sportsdirect.
In Italia, la Juventus ha già sfondato la barriera, cedendo a una società di intermediazione, la Sportfive, i naming rights sul suo prossimo stadio: 75 milioni di euro per 12 anni, queste le cifre dell’accordo dei bianconeri, in attesa di capire chi si aggiudicherà il diritto sul nome del nuovo tempio dei bianconeri. Una scelta possibile ove gli stadi sono di proprietà dei club, e che in Inghilterra ormai è pratica comune: se l’ Emirates dell’ Arsenal – 100 milioni di sterline sino al 2021 anche se, in base alle norme Uefa, in Champions si chiama Arsenal stadium – è ben conosciuto, meno noto è che lo stadio di Wigan ha già cambiato due sponsor, da JJB sport a DB sports, e che anche Stoke City (Britannia), Bolton (Reebok) e Hull City (Kingston Communications) hanno venduto i diritti del nome. Una moda che ha preso piede anche nella Football League, dove Coventry, Colchester United e Bournemouth, per citarne alcuni, hanno scelto la nuova via. E chi non ha cambiato nome allo stadio, ha battezzato le tribune: così fa effetto vedere, ad esempio al Boleyn Ground del West Ham, la tribuna dedicata al mito Bobby Moore affiancata a quella che porta il nome dell’azienda di calzature Dr Martens, o l’onnipresente tribuna Britannia accanto al Sir Bobby Robson stand al Portman Road di Ipswich.
Anche la Germania si è portata avanti: il Bayern Monaco incasserà 80 milioni di euro in 30 anni per i naming rights dell’ Allianz Arena, lo Shalke 04 incamera 5 milioni l’anno per la Veltins Arena e altri già 10 club della Bundesliga hanno in vigore accordi in questo senso. E, ora, anche il Chelsea intende pensionare il nome storico dello Stamford Bridge: “L’obiettivo è aumentare il volume di affari – parole di Ron Gourlay, chief executive del club di Abramovich – e questa è una modalità da tenere realisticamente in considerazione”. Previsioni di incasso? 10 milioni di sterline l’anno.
La Juventus farà da apripista in Italia. Dove un esempio ante-litteram avvenne nel 1995 con il Giglio di Reggio Emilia. Ma i tempi, allora, non erano ancora maturi, lo stadio generò debiti e nel 2006 l’immobile finì tra i beni del fallimento della Reggiana. Eppure, per quanto benefica sotto l’aspetto economico, questa nuova moda può causare effetti anche comici.
Lo York City, che gioca in Conference National, l’equivalente della nostra serie D, nel 2005 ha cambiato il nome del suo storico stadio costruito nel 1932, il Bootham Crescent (“crescent” indica una via in salita), in KitKat Crescent: l’accordo quinquennale, e l’incubo per i tifosi che da anni subiscono sfottò, terminerà il prossimo gennaio. Tra i nomi discutibili, l’America ha ancora il primato: il Dallas gioca le gare casalinghe nella vicina Frisco. Il nome dello stadio? Pizza Hut Park. Addio nomi storici e dediche alle vecchie glorie. Ma come si fa a non rimpiangere la “legge del Partenio”?

Credits: Sky.it
Fracassi Enrico
. Juvemania.it

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