Bilanci: la Juventus fa scuola a Milan e Inter | JMania

Bilanci: la Juventus fa scuola a Milan e Inter

Di tutto la Juventus può essere accusata, tranne che del fatto di avere i media a proprio favore. Anzi, spesso le redazioni sono pervase da una sorta di antijuventinismo per partito preso che indispettisce e non poco tutto il popolo bianconero. Dobbiamo ammettere, però, che in questi giorni molti, in TV e sui giornali, hanno …

jean-claude-blancDi tutto la Juventus può essere accusata, tranne che del fatto di avere i media a proprio favore. Anzi, spesso le redazioni sono pervase da una sorta di antijuventinismo per partito preso che indispettisce e non poco tutto il popolo bianconero. Dobbiamo ammettere, però, che in questi giorni molti, in TV e sui giornali, hanno evidenziato come la Juventus sia il club che meno sta risentendo della crisi economica. Non si tratta di una congiuntura, né di una casualità, ma di un corso che ha le sue radici nel 1994, che ha portato molti frutti anno per anno, ma che soprattutto ha fatto della Juventus la società più moderna del panorama calcistico italiano. Un altro pianeta, rispetto alla gestione patrimonialistica (e basata sui bilanci in passivo) di squadre come l’Inter.

Allego, a tal proposito, un articolo del Corriere della Sera a firma di Mario Sconcerti (non certo un amico della causa bianconera)
Milan e Inter hanno avuto mol­to coraggio cedendo i giocato­ri più importanti, ma tutte e due le operazioni sono rimaste dentro il vecchio modo di gestire il calcio. Questo non è autofinanziamento, sono solo difficoltà dei Faraoni. Nel­l’Inter sussurrate, nel Milan urlate in modo quasi volgare. Autofinan­ziamento è essere azienda, spende­re e investire, ricorrere in proprio al­le banche. Il Real Madrid scandaliz­za, ma ha fatto esattamente questo. Non ha chiesto un euro ai suoi cento­cinquantamila proprietari. Moratti ha dovuto vendere Ibrahimovic per pagarsi il mercato e resta con uno sbilancio annuale di decine e decine di milioni. Nel Milan si dice che in un momento di crisi del Paese il pri­mo ministro non poteva invadere il mercato con la propria ricchezza. Giusto, ma qui non si è trattato di non mettere, si è trattato solo di vo­ler rientrare in grande fretta e in mi­sura totale. Altrimenti una parte dei soldi di Kaká potevano essere reinvestiti. Il Milan fa invece merca­to, quando lo fa, solo con i 15 milio­ni di Gourcuff. È stata un’esigenza, non un gesto di eleganza.

Riemerge allora abbastanza para­dossalmente la diversità della Juven­tus. Non da ora, a essere sinceri. La Juve è stata la prima grande società a decidere di autofinanziarsi, a chiu­dere con il mecenatismo. È dal 1994, da quando arrivò alla guida del club Umberto Agnelli, che la Famiglia non ha più messo soldi. E continua a non metterne adesso. I soldi che vanno nella Juve sono di una finan­ziaria che fa capo alla Fiat, non de­gli Agnelli. La Famiglia, in senso strettamente calcistico, non c’è più. Esiste un’azienda che fa parte di una multinazionale e che da questa viene all’occorrenza finanziata. Ma non coperta in modo indiscrimina­to. Anzi spesso ne è controllata. La Juve ha un consiglio di amministra­zione che si riunisce almeno una vol­ta al mese e prende le decisioni im­portanti. Vanno bene o vanno male, ma si comportano da azienda. È stata questa differenza di possi­bilità contro due colossi economici come Moratti e Berlusconi a porta­re la Juve alla necessità di accelera­re prendendo strade poco virtuose. Avendo meno forza, compensava cercando in ogni modo più potere. Ma non c’è dubbio che, dal punto di vista tecnico-economico, è stata la società che per prima ha aperto la strada.

Autofinanziamento, forza del vivaio di cui adesso si avverte la ricchezza, e progetto del nuovo sta­dio. Tutto questo avveniva molti an­ni fa, quando Moratti e Berlusconi insistevano ancora in una gestione personale. Il conto sta venendo fuo­ri. La generosità delle società (so­prattutto quelle con a capo i Princi­pi) ha triplicato gli ingaggi dei gio­catori in otto anni, rendendo insop­portabili i costi, quindi l’entità del­le perdite. Nemmeno i miliardari più ricchi possono permettersi di perdere sorridendo 50-100 milioni l’anno per molti anni. Non lo fa più nemmeno Abramovich, che infatti segna scrupolosamente a bilancio ogni sterlina che mette nel Chelsea. La Juve non ha più questo proble­ma. Anche quando mette soldi, non spende, investe. Può sbagliare inve­stimento, capita, ma la cifra è co­perta. Perché mandare in rosso la società significa far saltare la diri­genza, cambiare intero l’assetto so­cietario. Inventare cioè un’altra azienda.

La vera novità è che il mecenati­smo nel calcio non esiste più. Resi­ste in grande soltanto a Milano. Il resto del calcio è pieno di presidenti che non se la passano male. La Ro­ma è piena di debiti per i tempi in cui Franco Sensi faceva il mecena­te, ma la gestione è trionfale. Stes­sa cosa la Lazio di Lotito, l’Udinese, il Cagliari e molte altre. Non sono esattamente organizzazioni di tipo industriale, ma di un artigianato spinto e astutissimo che porta ric­chezza. Chi non deve vincere è co­perto in partenza dai diritti televisi­vi. Il resto è un elastico che tira spesso dalla parte giusta. Nel mez­zo naviga la Juventus, esperimento unico in Italia (come tipologia le si avvicina la Fiorentina dei Della Val­le). E non c’è dubbio che stia indi­cando la strada.

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