Al Sion e al Chelsea ci mandiamo qualcun altro | JMania

Al Sion e al Chelsea ci mandiamo qualcun altro

Al Sion e al Chelsea ci mandiamo qualcun altro

Indubbiamente col Chievo si voleva vincere, si doveva vincere, si è provato, a vincere. Non si è vinto. È evidente che questa squadra non possa ancora permettersi il lusso di controllare la gara e condurla cambiando il ritmo o abbassandolo a proprio piacimento. Questa squadra ha bisogno di giocare bene per fare risultati. Nella testa …

Indubbiamente col Chievo si voleva vincere, si doveva vincere, si è provato, a vincere. Non si è vinto. È evidente che questa squadra non possa ancora permettersi il lusso di controllare la gara e condurla cambiando il ritmo o abbassandolo a proprio piacimento. Questa squadra ha bisogno di giocare bene per fare risultati. Nella testa ha un solo modo di condurla: andare a 1000, a livelli atletici elevatissimi. E questo non è del tutto un bene. È un grosso limite, segno di debolezza ancora. Tutto questo, tralasciando questioni tecnico–tattiche interessanti, che io stesso seguo con passione e soddisfazione, ma che alla fine lasciano il tempo che trovano. Un movimento fatto senza la giusta concentrazione non è mirato, è fuori bersaglio. I più positivi pensano che  finalmente si possa iniziare a costruire qualcosa d’importante su una squadra come questa tanto solerte ad impegnarsi per tornare quella di un tempo, con i soliti strumenti operativi che sono quelli dell’impegno, del lavoro, dell’abnegazione, antichi, noiosi, pedissequi e ripetuti sino alla noia e sino ad oggi da Antonio Conte. I disfattisti, invece, credono che le grandi squadre vincano pur giocando male ma segnando. Puntano già al risultato massimo, all’ uno a zero conquistato dominando il match ma senza strafare, né rischiare, né stancarsi più di tanto, magari vincendo con un colpo di genio di qualche piede fatato invece che con un’azione manovrata, magari bella ma elementare e provata in allenamento.
Per vincere, dicevo, dobbiamo giocare sempre bene, sempre, sin da primo minuto; per giocare sempre bene bisogna saper affrontare i propri avversari, ogni volta, in maniera diversa. Perché oramai ci studiano, ci conoscono a memoria. Conoscono Pirlo, hanno visto all’opera questo Marchisio, stanno vivendo in Italia il nuovo Vidal. Questo deve essere il grosso lavoro che Conte deve fare. A Verona, quindi, avrebbe dovuto cambiare ancora una volta gioco per vincere. Di giocare, per vincere, si è giocato, solo che non si è vinto. E non si è giocato bene. È una sfumatura, questa, che può essere letta in vari modi. In altre partite abbiamo provato a vincere giocando, in questa non abbiamo giocato bene ma abbiamo comunque provato a vincere. Ecco. Il fatto di provare e tentare sempre è una buona cosa ed è una novità rispetto allo scorso anno. È un buon passo in avanti a patto che non si trasformi in scusante, poi in pareggite, poi in risultati utili sino a giungere al patatrac dell’Epifania. L’ Epifania, di arrivare, arriva. Non è detto che arrivi dopo la sosta, non è detto neanche che arrivi per forza quindi facciamo in modo che non arrivi. Non c’è ancora, nella squadra, una “fortezza mentale e psicologica”, il passo dal baratro è sempre breve proprio come la coperta nel calcio.
Conte è uno che ha le sue fisse e sin quando non perde e non le prende non cambia nulla, va per la sua strada. È spiacevole dirlo, ma come un mulo. Non come i cavalli perché il paraocchi non ce l’ha ma a testa bassa sì, sempre per la solita storia della cultura del lavoro e del pedalare. È attento più alla strada che deve percorrere che alla curve che ci sono. Perché non è detto che le debba a tutti i costi percorrere, infatti. Non so dirvi se questo sia un limite del Mister. Un pregio non lo è. Al massimo è un’arma, a doppio taglio. Può tagliare l’avversario, può ferire noi. Quaglia, Elia, Esti, Matri sono i prossimi casi perché, logicamente, questi son giocatori che pretendono di giocare. Chi più chi meno, tutti sono nel giro delle nazionali e tutti vengono da annate calcistiche felici. Non sappiamo se quel Milos Krasic sia catalogabile tra le fisse del mister.
Col senno del poi, si può incolpare Conte di aver mandato in campo un Krasic mentalmente scosso dalla morte (non oso definirla stupida) accidentale che ha colpito lo zio in uno scontro frontale in auto col padre del giocatore, ciò suo fratello e un Giaccherini non al top fisicamente che in settimana aveva già avuto un risentimento muscolare. A tal proposito, gli spettri dell’errore che commise Ranieri con Sissoko che lo mandò in campo negli ultimi 5 minuti di derby col Toro per poi ritrovarselo infortunato sino al termine della stagione e indisponibile, di conseguenza, per la partita di Champions col Chelsea del mercoledì successivo sono vivi nella memoria di tutti e non possono non ripresentarsi in casi come questi per chi, la Juve, la segue e la vive a 360°.
Krasic come Bonucci, bisogna crederci e bisogna volerlo tenere altrimenti si rischia di perderlo seriamente tra gli abissi della tattica e dell’italiano. Soprattutto, bisogna saper riporre fiducia dove c’è della qualità o laddove s’intravedono caratteristiche particolari. Krasic le ha avendo trascinato un’intera squadra, lo scorso anno, in tutta la prima parte della stagione. Non è una pecora o un ignorante. Va però valorizzato in un certo modo. Bonucci, ad esempio, ha dei piedi fuori dal comune nell’ambito dei difensori e dopo un periodo d’appannamento dovuto forse alla troppa pressione riposta nelle sue qualità, si è ripreso il posto che, alla fin fine, gli appartiene. Perché quando un calciatore ha qualcosa in più, si vede. E Bonucci, anche in quanto a grinta, non è da meno a nessuno. Ha carisma e personalità da vendere l’ex barese. Sta imparando a marcare persino a uomo con Conte, a differenza dello scorso anno che, con la zona,l non l’ha fatto q
uasi mai. Ecco, a Krasic forse farebbe bene un po’ di panca ma tenendo sempre presente che è lui a partire da titolare, senza farlo scivolare nell’infernale girone delle gerarchie dal quale non salirebbe più.
Tutte le cose belle finiscono e a Giugno finirà anche la vita di Alessandro Del Piero in bianconero. Niente di trascendentale o di nuovo sotto al sole. Niente che non si sapesse già. Del Piero, a fine anno, va. Lo ha annunciato il Presidente all’assemblea degli azionisti nell’intervento che ha fatto ma, senza voler sollevare troppe polemiche, tutti sapevamo questa specie di mistero trasformatosi improvvisamente in scandalosa notizia sin dal giorno in cui Alex firmò, in bianco, il suo ultimo contratto. Perché altrimenti non sarebbe stato in bianco, non avrebbe percepito un misero milioncino e non l’avrebbe firmato nel nuovo stadio. Più che voluta, l’ultima firma è stata simbolica. Si è trascinata con stanchezza per far felici noi tifosi ma, sicuramente, già da allora non c’erano più i giusti presupposti per continuare ad andare ancora avanti. Son sicuro che senza l’avvento dello stadio, Del Piero sarebbe andato via prima. Più che altro è stata una deci
sione presa di comune accordo col Presidente quella di giocare ancora un anno, per sugellare quella che è stata un’avventura cominciata al Comunale, proseguita al Delle Alpi e, giunta alla conclusione, nello stadio nuovo e del futuro. Né Conte, né noi tifosi dovremmo continuare a fare molto affidamento ancora su di lui, le castagne dal fuoco deve cominciare a toglierle qualcun altro. Non pensiamo male di Conte: non significa niente il fatto che, come gira sul web, pare che egli non abbia il coraggio di non farlo giocare il capitano tanto da esserne ossessionato e costringere Agnelli a ribadire il suo ritiro, magari chiedendo implicitamente di farlo andare via già a Gennaio. Sono cattiverie queste. E non è neanche giusto pensare che Agnelli voglia costringere Conte a far giocare Matri o chicchessia. Ma chi l’ha detto che Matri avrebbe segnato, al posto di Del Piero, a Catania e a Verona? Si sparla troppo per il web. Poi c’è chi dice che l’uscita di Agnelli sul ritiro di Del Piero sembri quasi una mossa meditata per distrarre i giornalisti dalle questioni societarie discusse dall’Assemblea e non recepite dai giornalisti presenti. è un’altra chiave di lettura interessante che, se fosse veramente questa, andrebbe a favore di Agnelli e della sua astuta e scaltra mossa mediatica. In effetti: ribadisco che il ritiro a fine anno di Del Piero era stato già deciso in estate, alla firma del suo ultimo contratto (tra l’altro, di durata annuale…) . “Ho firmato il mio primo contratto con la Juventus in bianco, firmerò in bianco anche quello che sarà l’ULTIMO della mia carriera con questa maglia”. Giusto così. Piuttosto, non si è capita bene, secondo me, la risposta che Del Piero ha concesso all’inviato di Striscia Staffelli, mandato per consegnare al Capitano il “riconoscimento” del tapiro d’oro. “Di solito, queste cose si fanno in un altro modo”. Di certo non ha contribuito a smorzare i toni. Più paradigmatico di così? Tirare
a campare ancora non sarebbe servito a nulla né a lui, né a noi. Meglio finire la carriera dignitosamente. E quindi a Maggio, non oltre; in casa, con l’Atalanta.
Magari Agnelli l’ha fatto per tutelarsi, per programmare con più tranquillità il futuro. Appunto. Col ritiro di Del Piero, si dovrà pensare necessariamente al futuro. Sino ad oggi il problema, nonostante si sia più volte manifestato, è stato superato senza grossi problemi grazie alla presenza “ingombrante” di un eterno Del Piero. Da domani, non sarà più così, questa squadra sarà alleggerita dall’addio di questa grossa presenza. Magari Agnelli l’ha fatto per permettere a Del Piero di decidere anche il suo, di futuro. L’unico a non aver ancora parlato di titoli di coda per il Capitano è stato il mister Marcello Lippi e nessuno, più di lui, avrebbe potuto inquadrare meglio la situazione. Perché, al di là delle parole, la carriera di un calciatore finisce quando questo effettua l’ultimo allenamento in campo, l’ultimo riscaldamento, l’ultimo match e tocca l’ultimo pallone giocabile della sua ultima partita. E non prima di aver fatto tutte queste azioni. Del Piero ce lo godremo ancora, magari in casa, nel nuovo stadio, e ci lascerà la firma, prima o poi, magari disegnandola con qualche pennellata delle sue. Sarà ancora decisivo perché Del Piero non ha mai steccato un anno tranne che nel periodo dell’infortunio al ginocchio e sappiamo bene che Alex, oggi, è più in forma di quando era giovane. È un irriducibile veramente. Capello, invece, è ancora quello di una volta: “Del Piero è una bandiera ma i club vogliono vincere”. Amen. Blanc, invece, ha scelto l’eleganza del silenzio per dimostrare di essere ancora un vero uomo nonostante le chiacchiere stiano già a zero. Infine Tacchinardi, Rampulla e Moggi si sono allineati alle perplessità della stampa critica per definizione, critica col Presidente e tanto criticona.
Ha fatto 18 anni e ora se ne va, cambia casa. Va a vivere “da solo”. Perché il matrimonio l’ha già siglato, con la sua Signora, appena è nato. Ha fatto un’eccezione anagrafica. Non c’è nient’altro da dire, per ora. Parlerà il campo ancora per un po’. Forse già dalla prossima sfida tornerà a parlare. Tutti oggi direbbero: “Tanto Del Piero è ancora qui e continuerà a segnare. Domenica col Genoa segna.”

Di eldavidinho94 per Juvemania.it

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